Il potere, la ricchezza, le donne
Inviato il Jan. 30, 2010 alle 21:30

Cari amici, la nota di oggi riguarda un tema che è sotto gli occhi di tutti, ma che di solito una certa ideologia femminista, e del politicamente corretto, nega, minimizza, vale a dire il grande fascino che il potere, la ricchezza, il lusso, esercitano sull'animo femminile.
Il fenomeno è noto: l'uomo più mediocre, esteticamente non eccelso, acquista un potere d'attrazione notevolissimo agli occhi femminili soltanto per il potere, la ricchezza che ha.
Questo potere d'attrazione ha creato il celebre rapporto tra il libero professionista (avvocato di solito) e la sua segretaria.
Indubbiamente vi è un retaggio animale in questo fenomeno, infatti, come hanno detto bene alcuni etologi, le femmine dei mammiferi, soprattutto dei primati, si aggregano intorno al maschio più forte e più lui è in alto nella gerarchia, più esse si concedono nella copula.
Già in tale condizione ferina perciò può osservarsi il tipico rapporto tra potere del maschio e disponibilità sessuale femminile.
Ma se pur presente tale meccanismo filogenetico del mondo animale, come accade per ogni altra manifestazione, nell'uomo le cose si complicano, si "arricchiscono" di altre dinamiche tipiche della nostra specie.
La bellezza è indubbiamente un valore ed essa esercita sull'animo umano un grande potere.
La donna che la bellezza l'ha e la esprime in sommo grado, sia nelle sinuose forme del corpo, sia nella grazia, nel fascino della sua personalità, della sua femminilità, è consapevole del valore e del potere d'attrazione che essa può avere per il maschio.
Quando il potere, che si esercita anche, e non solo, attraverso la ricchezza, attiva il suo richiamo, la donna esercita anch'essa il suo richiamo attraverso la bellezza (e nei rapporti più semplici soprattutto del corpo) e si innesta immediatamente quel tipico "scambio" che diviene l'archetipo del rapporto uomo-donna.
Ora prescindiamo completamente da ogni moralismo e da ogni ideologia e con analisi chiara cerchiamo di comprendere cosa attrae del potere e della ricchezza dell'uomo una donna.
Per rispondere a questa domanda dovremmo esaminare brevemente la funzione e il significato del potere e della ricchezza.
Intanto c'è da criticare quella scuola che vorrebbe esaurire il potere nella ricchezza, perché se è vero che spesso i due termini sono uniti, vi è sicuramente una priorità del primo sulla seconda, infatti la ricchezza è più uno strumento per accrescere il potere che se ne serve per esercitare un controllo, un dominio.
La natura di questo dominio può essere inteso in senso molto largo, cioè la capacità di incidere nelle volontà altrui con la propria volontà e ricavarne da tale influenza una gratificazione libidica.
In tale senso il noto adagio che recita che comandare è meglio che far l'amore diviene esemplare.
Il potere come erotizzazione del controllo delle volontà altrui.
La stessa ricchezza in tal senso è la capacità di esercitare un incantamento sulle altrui volontà, di sopraffarle in quantità.
Il simbolo dell'incantamento della grandezza è stato espresso nella storia con le piramidi egizie.
Il faraone già in vita doveva esprimere il suo potere divino con questa immensa costruzione e attraverso essa esercitare anche nel passaggio ad un'altra vita (che gli egiziani credevano che assolutamente non estinguesse la vita) un dominio di sé sulle altrui volontà.
Per il nostro discorso, la ricchezza che esercita un incantamento è il lusso.
Cos'è?
La definizione classica è che esso sia un eccedenza di beni che superano di gran lunga i bisogni fondamentali.
Ma questa eccedenza di beni del lusso determina un godimento non necessario ed è attivato, per potersi giustificare, da spinte artificiose create a bella posta dalla società consumistica.
Ma a tale definizione classica se ne può accompagnare un'altra più profonda che spiega il lusso come incapacità concreta di godimento e spiegabile con l'inquietudine di creare continuamente beni che in realtà non riusciranno mai a soddisfare.
Questa insoddisfazione perenne determina il lusso che va ad accumulare beni in eccedenza e che lì restano non goduti.
Il simbolo di questo meccanismo è nel celebre personaggio creato dalla penna di Walt Disney, Paperon de Paperoni.
In lui anche l'eccedenza di cose non esiste, ma vi è soltanto un accumulo smisurato di monete che non sono nemmeno utilizzate per l'acquisto di cose.
Qui il non godimento è puro perché le monete non utilizzate sono la testimonianza evidente di non volere nessuna tentazione in tal senso.
Infatti Paperon de Paperoni vive come un accattone, un mentecatto, si priva di tutto, ma non si priva assolutamente del suo potere di incidere sulla volontà altrui.
Esemplare è il suo modo di trattare lo sfortunatissimo e simpaticissimo nipote Paperino.
Svolte queste premesse proviamo a rispondere alle domande perché la donna è così attratta dal lusso e dal potere e il significato profondo di tale attrazione andando oltre le ragioni estrinseche come la bella casa, i bei vestiti, i gioielli, eccetera, che lei desidera e che vuole possedere.
L'esempio letterario più bello per capire in profondità tale meccanismo è in Madame Bovary di Gustave Flaubert.
La protagonista è Emma che ha dalla sua di essere una bella ragazza di campagna e data questa sua avvenenza viene notata e poi sposata da un medico abbastanza tranquillo, sicuramente troppo tranquillo per l'inquieta Emma.
Inizialmente lei si illude di poter curare le sue inquietudini con un figlio, ma alla sua nascita si rende conto che le sue voglie di una vita diversa e più stimolante non si sono assopite ma anzi sono ancor più accresciute.
Il sentimento che prevale a questo punto è una vera e propria disperazione psicologica che Emma cerca di curare con l'incontro con un giovane studente che ne diviene l'amante.
Con lui pensa di poter vivere tutte quelle cose belle che lei desiderava e che non riusciva ad avere nel suo mediocre matrimonio.
Ma questa relazione così giovanile ed esaltante finisce presto perché il giovane si trasferisce a Parigi.
Emma però non ha più nessuna intenzione di rinunciare alle cose belle di cui sente di aver diritto, e inizia una relazione con un ricco proprietario terriero.
Naturalmente il suo nuovo amante pur affascinato dalla sua esuberante vitalità non ha nessunissima intenzione di assecondarla nel suo tentativo di fuga per portarla via e farle vivere le sue fantasticherie di cose belle, infatti se ne sottrae facendo precipitare Emma in uno stato di grave depressione.
Un giorno, ad una rappresentazione teatrale, Emma incontra il suo studente e iniziano una nuova relazione.
La cosa più drammatica è che lei comincia a spendere somme pazzesche pur di permettersi le sue esaltazioni di una vita che riesca ad andare oltre il suo fallimentare e vuoto matrimonio.
Ad un certo punto avviene il crollo, i debiti sono così tanti e tali che devono essere saldati, ma Emma non ne ha la possibilità e allora cerca aiuto prima nel suo studente, il quale si nega, poi in altri amanti che immancabilmente si negano.
Presa dalla disperazione e vedendo davanti a sé il baratro di una vita completamente distrutta e senza più possibilità di riscatto, Emma si uccide con l'arsenico lasciando vedovo l'esterrefatto marito e orfano il figlio.
In tale vicenda vi è tutta la vita psichica di un certo animo femminile che vuole superare il vuoto esistenziale nutrendosi ossessivamente di cose che però non riusciranno mai a dare pienezza.
E' significativo che tutti i passi fatti da Emma si siano sempre accompagnati dal suo menage matrimoniale, proprio a ricordarle che i suoi sforzi erano proprio causati da lì ma che divenivano vani perché impossibilitata a superarlo veramente.
Lo sforzo titanico di cose belle diventava l'accumulo di debiti che alla fine la trascineranno verso la distruzione.
Il segreto dell'attrazione del potere sull'animo femminile è perciò tutto in questo desiderio di colmare un grande vuoto, illudendosi che la quantità possa in un suo eccesso smisurato dare alla fine proprio quella qualità di cui il suo animo ha bisogno per vivere una vita piena e soddisfatta.
Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare
Inviato il Jan. 23, 2010 alle 20:06

Noi uomini siamo proprio ingenui, andiamo dietro le più incredibili affermazioni, crediamo a questo o a quello e il più delle volte quando proprio vogliamo essere critici ci sorge solo un dubbio.
Eppure sarebbe semplicissimo, direi quasi banale, per sapere se quello che ci viene detto corrisponde a verità, basterebbe vedere quello che si fa praticamente.
Se una donna ti dice che lei vorrebbe soltanto la serenità, che le piacerebbe stare con un uomo sensibile, intelligente, pieno di desideri passionali per lei e poi tu sai che lei è stata, e ancora sta, con uomini incasinati, freddi, per niente appassionati e pieni di desideri per lei, allora tranquillamente ne puoi concludere che quella donna in realtà non vuole vivere quello che dice ma quello che fa.
Se un uomo dice che a lui piacciono donne femminili e poi sta con una virago, con una donna che è la sintesi perfetta tra una tigre e un serpente con una bella spruzzata di strega, allora se ne deve concludere che è quella donna che lui vuole.
Il classico del vecchietto tutto cadente che ti si avvicina per venderti l'elisir di eterna giovinezza è un archetipo, ma quel che è incredibile che noi non cogliamo quasi mai l'interna contraddizione.
Nei giornali femminili spesso vi sono rubriche seguite da donne che danno consigli a donne su come risolvere i loro problemi coniugali e poi se si scava un po' si viene a sapere che la consigliante è una donna sola, con innumerevoli rapporti falliti alle spalle, e che la notte prende psicofarmaci per addormentarsi.
Un grande critico di Freud, Marcus, non il celebre Herbert Marcuse, ma Steven, ha espresso una frase profondissima quando scrive che noi dovremmo giudicare un pacifista non se va alle manifestazioni festose e pubbliche ma quando ritorna a casa e magari picchia la moglie e i figli.
Eppure il valutare la realtà per quello che si fa e non per quello che si dice sembra una consuetudine e in vario modo siamo tutti vittime di questa enorme falsità.
Perché?
C'è il tentativo di nascondere le nostre tendenze più forti, magari meno nobili, anzi decisamente più fallimentari, povere, squallide, nevrotiche, per contrabbandarle con le nostre pie intenzioni.
Allora si spiega il profondo detto che la strada dell'inferno è costellata di buone intenzioni.
Ciò che si dice è un enorme scusa, un alibi, nella migliore delle ipotesi un'illusione, per coprire, mascherare, non far vedere ciò che in noi prevale e si realizza nel nostro fare, nella nostra vita quotidiana, nelle azioni di tutti i giorni.
Lo so che guardare noi stessi e gli altri con questo metodo del fare provoca angoscia, paura, soprattutto rabbia per lo svelamento della nostra ipocrisia, eppure sarebbe la condizione necessaria e sufficiente per vivere una vita autentica e conoscere veramente la realtà che è in noi e che è intorno a noi.
Ma allora le parole non hanno valore?
Certo che le hanno, anche enormi: ci sono quelle della scienza, della poesia, del teatro, ci sono le parole dell'amore, ma esse hanno valore quando si associano al fare, quando sono il dire di ciò che si realizza praticamente, concretamente, carnalmente, emozionalmente.
Quando invece le parole sono staccate dal fare allora sono solo una cortina fumogena, una nebbia, un mascheramento delle nostre vere e più profonde intenzioni.
Impariamo a guardare la realtà attraverso il fare, attraverso ciò che concretamente si è realizzato e si realizza e il divertimento è assicurato, come quel celebre film "Uno strano interludio" in cui i personaggi parlavano e poi un sonoro faceva sentire i loro pensieri che immancabilmente erano quasi sempre in contrasto con le loro parole.
Buon divertimento a tutti!
Il sogno
Inviato il Jan. 23, 2010 alle 11:03

Penso che i tempi siano maturi per un seguito de "L'interpretazione dei sogni" di Sigmund Freud che ritengo sia il capolavoro di Freud e sua maggior gloria che lo annovererà per sempre tra i massimi geni dell'umanità.
Solo un genio riesce a svelare ciò che è sotto i nostri occhi, sotto il nostro naso, che, come giustamente diceva il grande poeta Goethe, è la cosa più difficile da vedere.
Perché?
Ma perché l'uomo più facilmente vuole vedere lontano da se stesso, il suo ideale sarebbe contemplare le stelle di galassie lontane, però, quando si tratta di vedere cosa gli è vicino, nascono difficoltà, fino a raggiungere al massimo dei divieti quando si tratta di guardare ciò che è dentro di sé.
Ebbene, non vi sono altre strade migliori per guardare dentro di sé che il sogno che, come giustamente affermava Freud, è la strada maestra per raggiungere l'inconscio.
E' incredibile, ma in un sol colpo Freud è riuscito a far vedere innumerevoli cose tutte di fondamentale importanza:
1) l'esistenza di una dimensione inconscia; 2) l'inconscio è un'espressione psichica; 3) ciò che di psichico agisce in noi ha un senso, un significato.
In fondo è la stessa "rivelazione" che in ambito razionalistico ebbe Cartesio quando con il cogito ergo sum dimostrò l'esistenza attraverso il pensiero che dubita di se stesso.
E' vero che Freud affermò esserci altri modi per dimostrare l'esistenza di una dimensione inconscia, come lapsus, atti mancati, tutto ciò che rubricò alla patologia della vita quotidiana, ma il sogno ha tale evidenza, tale platealità, bellezza e fascino, che non si può non restare incantati di fronte all'importanza di ciò che esso ci rivela ogni notte.
Erich Fromm, citando un saggio adagio, giustamente disse che il sogno è come una lettera che aspetta di essere letta e che vuole appunto comunicarci qualcosa di importante.
E qui l'altra importanza del sogno, vale a dire il suo significato.
Affermare che esso abbia un significato, traducibile con linguaggio sì, razionale, ma comunque denso di contenuti emotivi, è già questo un concetto rivoluzionario che apre sconfinati orizzonti.
Sostenere, con dettagliate analisi scientifiche, che il sogno rivela non sconclusionate immagini oniriche, strambe scene caotiche e senza senso, ma qualcosa con un senso, un preciso obiettivo psicologico, penso sia la scoperta più sensazionale che mai sia stata fatta.
Ma la cosa più sorprendente è che questo significato del sogno non è qualcosa che riguarda realtà lontane, magari non ancora accadute, ma noi stessi, la nostra mente, la nostra psiche profonda.
E' proprio questo accostamento tra significato e conoscenza di sé il merito eterno di Freud.
Egli in fondo ha proseguito idealmente quello che fece Socrate raccontato nel celebre dialogo di Platone del "Fedro" quando passeggiando fuori Atene, visto il gran caldo, invitò il suo discepolo Fedro a trovare un po' di refrigerio all'ombra di un platano.
Sotto questa frescura, Fedro chiede a Socrate cosa ne pensasse di mostri, elfi, sirene e tutto il pantheon dei personaggi mitologici greci e Socrate, con ironica affabilità, rispose che non capiva perché doveva perdere il suo tempo dietro questi mostri astratti quando non sapeva se lui stesso fosse più o meno mostruoso di loro reputando più proficuo quindi dedicarsi alla conoscenza di sé.
Ebbene, Freud non ha buttato il suo tempo, non l'ha sprecato, ha indirizzato il potente faro del suo genio verso la conoscenza profonda dell'uomo, rivelando che il sogno ha un senso perché esprime la parte inconscia della nostra psiche che aspetta solo di essere compresa.
Aprire questo mondo sconfinato è la maggior gloria di Freud e penso che tutta l'umanità dovrebbe solo per questo tributargli eterna gratitudine.
Freud ha dato completezza all'uomo, quando prima era diviso in se stesso, ha dato pienezza all'uomo, quando prima era povero a se stesso, ha dato senso e significato alle sue emozioni, quando prima esse erano senza senso a se stesso, ha dato conoscenza all'uomo, quando prima era ignorante a se stesso.
Non vorrei entrare nel merito del linguaggio tecnico che di solito viene usato per analizzare ciò che Freud ha scoperto del sogno, questo perché il tema, che pur richiede una rigorosità scientifica, vuole e pretende una certa dose di creatività, di incanto, di bellezza estetica.
Per tali motivi immaginerò che nessuno conosca la sua teoria, il suo linguaggio tecnico, duro e aspro, e voleremo insieme con l'aereo della fantasia nel mondo sconfinato ed eterno dell'inconscio che è dentro di noi.
Il tempo spesso è tiranno, scandisce inesorabilmente i ritmi del nostro vivere, le nostre azioni spesso sono dal suo scorrere lento ma puntuale stritolate, spezzate, impedite, impoverite.
Lo spazio in cui agiamo ha un orizzonte ristretto, siamo continuamente costretti a desiderare viaggi che allarghino l'azione in cui far agire il nostro corpo, però accade che più desideriamo il viaggio, e magari a volte lo realizziamo, e più lo spazio in cui quotidianamente di solito agiamo lo percepiamo ristretto.
Una parola sentiamo continuamente martellarci il cervello, risuonare sinistra nelle nostre orecchie, perseguitarci anche quando pensiamo di essere lieti: NO, non farlo, fermati, torna indietro!
Ecco la vita arida che ci tocca vivere, costellate di tante buone intenzioni che immancabilmente finiscono all'inferno, tra urla disperate, ferite da cui sgorga il sangue del dolore e della sofferenza, costruirsi una fortezza non in un deserto arido e sabbioso, nei ghiacciai inaccessibili, tra montagne inviolate, ma dentro di noi, protetta paradossalmente soprattutto da noi stessi.
Noi siamo vittime e anche carnefici di noi stessi, subiamo da millenni lo svuotamento della nostra anima e nello stesso tempo concorriamo a svuotarla.
Il guardiano e guerriero che impedisce e sbarra l'accesso è in noi stessi e da noi stessi noi dobbiamo proteggerci.
Per proteggerci da noi stessi non dobbiamo sapere, ma l'ignorare non impedisce che non affiori quello che dobbiamo proteggere per impedire che venga alla luce.
Però noi vogliamo che affiori, pur ignorandolo, quando il nostro guardiano dorme, ritrae il suo sguardo severo, affievolisca il suo fascio di luce di solito potente che non ammette la pur minima ombra.
Quando tutto sembra distrarsi allora la fortezza che è in noi libera i suoi contenuti, non vi è più lo scandire del tempo inesorabile e minaccioso, lo spazio non ha più limiti, ad una serie di no si sostituisce un sì eterno che non trovando più ostacoli davanti a sé sembra precipitare in un precipizio senza fondo, librarsi in un volo in cui non vi è un tetto al cielo.
Tutto accade e sembra non vi siano più limiti, non vi siano più leggi che di solito ci costringevano in una prigione, in una gabbia, ora l'aria è diversa, non vi è un ordine fisico tra le cose che accadono ma un ordine diverso, non più meccanico ma emotivo, la gioia di un albero si accomuna alla gioia di una risata che si trasforma immediatamente in una dolce caramella che ci piaceva da bambini.
E se un suono angoscioso risuona in una stanza buia, esso ci trasporta senza un motivo plausibile in una parata militare tra il fragore dei carriarmati, lo sbattere dei fucili e dei mille piedi e poi improvvisamente un uomo che minaccioso ti insegue con la sua ombra che si staglia su un muro e che sembra prenderti e che tu correndo affannosamente straziato temi di non riuscire a distanziare salvo poi accorgerti che tua madre litigava con tuo padre violentemente e tu tappavi le orecchie e chiudevi gli occhi.
Sovrapposizioni di immagini, di parole, di suoni, di profumi e di odori accomunati non da un ordine di logica consueta ma da un'affinità emotiva profonda, da un'identità energetica che di solito non viene percepita ma che nel sogno viene espressa.
Il regno dell'impossibile diventa possibile in noi quando il guardiano si addormenta e non riesce ad impedire che quel mondo si realizzi per appagare i suoi movimenti.
Ma non sono azioni in movimento di quantità accostate, ma di intensità qualitative, di cariche energetiche che spingono in una direzione come attirate da una gigantesca calamita.
Vi è un fine comune in quelle intensità emotive che pur realizzandosi in libertà si convogliano desiderose come una formazione di uccelli che seguono la stessa rotta.
Si segue un motivo fondamentale, chi conosce la musica lo sa il mistero sull'accordo tra libertà creativa e leggi dell'armonia che presiedono e che non imbrigliano ma realizzano potentemente quella creativa libertà musicale.
Allo stesso modo un motivo fondamentale dirige l'orchestra delle emozioni espresse da immagini, colori, suoni, profumi e li dirige verso il suo profondo significato.
Ma dove vanno questi nostri uccelli emotivi?
Dove si dirigono tutti così desiderosi?
Probabilmente la loro meta è rivelare dalle eternità di noi stessi il nostro destino, ciò per cui siamo nati, per cui viviamo, per cui desideriamo amare ed essere amati, quel destino che vuole realizzarsi, che vuol appagarsi, ma che nell'irrequietezza del nostro cuore non trova ancora se stesso.
Realtà virtuale e realtà concreta
Inviato il Jan. 21, 2010 alle 13:07

Il mio dissenso nel considerare il web come una realtà virtuale intentendola staccata dalla realtà in carne e ossa, è netto, radicale, metafisico, ontologico.
La riduzione etimologica di "virtuale" a fittizio, non reale, una sorta di finzione, un giocherello, è appunto un impoverimento del termine "virtuale".
Neanche è soddisfacente attribuire al termine "virtuale" ciò che esiste in potenza ma non si è ancora realizzato, vale a dire come di una potenzialità, una capacità che si deve ancora esplicitare ma che potrebbe realizzarsi.
E nemmeno come una realtà parallela, da tenere ben separata da quella ordinaria, quasi a non voler mischiare le due per una sorta di legge delle autonomie che non consentirebbe passaggi impropri.
Si afferma quindi che una cosa è ciò che avviene all'interno del web e un'altra è quello che c'è nella vita ordinaria e qualcuno estremizzando afferma pure che "la mia persona non ha nulla a che vedere con quella di blogger all'interno del web".
In realtà, con più precisione, e per uscire dall'ambiguità e artificiosità delle visioni prima esposte, il web, e ciò che in esso avviene, è già l'accadimento di una ben precisa realtà, appartiene a tutti gli effetti al mondo dei fatti umani e in quanto tale partecipa della stessa realtà con un tipico angolo visuale.
Se per esempio analizziamo altri campi espressivi umani come la letteratura, l'arte, sarebbe assurdo confinarli riduttivamente solo perché non facenti parte della realtà ordinaria, e perciò gettarli in un ambito fittizio, non reale.
Al contrario, per quanto le vicende narrate, i componimenti, siano il parto della fantasia creatrice dello scrittore, del poeta, essi partecipano in un modo loro caratteristico alla conoscenza della realtà, anzi, la realtà concorrono a formarla disvelando all'uomo qualcosa di molto reale del suo animo.
Ma in definitiva, a pensarci bene, questa è la funzione di tutta la cultura e delle sue forme, come già magistralmente evidenziò il filosofo Ernest Cassirer.
Ogni forma culturale apre una finestra, un occhio, un angolo visuale particolare sulla realtà e ne svela un elemento fondamentale che è quello del suo universo simbolico.
La realtà che ogni forma culturale esprime è la realtà, concorre a formarla, partecipando così alla conoscenza della realtà umana.
Non esistono scorciatoie.
La scienza ha il suo angolo visuale, la filosofia, le scienze umane, la religione, la storia hanno il loro, l'arte il suo.
Il web non si differenzia da questo discorso, in quanto con il suo angolo visuale partecipa alla realtà umana che non è meno "vera", "reale", della realtà ordinaria.
Al centro c'è sempre l'uomo e la sua attività conoscitiva.
Il punto della questione è chiedersi perché si vuol operare questa riduzione del web a finzione, a disancoramento dalla realtà umana.
Il motivo è semplice: il web vuol essere usato come gigantesca deresponsabilizzazione.
Utilizzandolo come finzione si può "liberamente" scaricare le proprie pulsioni, l'aggressività più negativa, anche sentimenti alti, senza però volerli legare alle persone che li hanno espressi, come dire quella è una cosa, io sono un'altra.
Questo meccanismo di deresponsabilizzazione spiega l'uso molto diffuso tra i bloggers dei nickname, pseudonimi che di fatto determinano un anonimato deresponsabilizzante che illusoriamente vuole segnare un confine tra la vera identità e quella considerata riduttivamente virtuale.
Il fatto che contraddice questa riduzione è che all'interno del web nascono gruppi politici, movimenti di opinione che si propongono di incidere nella realtà ordinaria.
Come potrebbe mai realizzarsi questo se si premette una loro netta separazione, una distanza incolmabile?
Quando costruire il ponte che permetta, con l'attraversamento, l'unione tra le due realtà?
Conflitti, contraddizioni, ambiguità che non si riescono a risolvere.
Eliminare questo uso deresponsabilizzante del web sarebbe la condizione necessaria e sufficiente che già permetterebbe un uso veramente non riduttivo di questo potente strumento umano, valorizzandone senza ambiguità e infingimenti, tutte le caratteristiche conoscitive.
Svolte queste analisi però qualcuno potrebbe concluderne che allora non vi sia differenza tra la realtà concreta e quella virtuale.
Al contrario ve n'è una fondamentale ed è appunto determinata da quello che manca nella realtà virtuale, vale a dire la dimensione della concretezza.
Spesso non diamo importanza alla concretezza reputandola irrilevante.
Purtroppo a questa svalorizzazione arbitraria ha concorso tutto un pensiero filosofico idealistico estremistico che ha posto come valore solo l'ideale e ha affermato il concreto come inferiore, disprezzabile, addirittura non esistente (si pensi alla filosofia di George Berkeley).
Al contrario nella dimensione della concretezza si gioca a livello psicologico tutta la partita della verità delle nostre profonde intenzioni.
Spesso vi è scissione tra parole e azioni, tra ciò che si dice e ciò che si fa, ebbene questa scissione, questo conflitto non è solo dettato da furbizia, da calcolo, da falsità, ma è causata dall'impossibilità di dare coerenza tra il pensiero e l'azione, tra il dire e il fare.
Questa impossibilità è generata dalle interdizioni, dai divieti, dai tabù, dagli innumerevoli "no" che il nostro super-io, la nostra entità inconscia preposta alla censura, frappone quando ciò che si dice che si vuole deve poi realizzarsi nella realtà concreta.
Perciò accade che nella realtà virtuale si sia più facilitati ad esprimere certe emozioni, certi pensieri, anche certi sentimenti, proprio perchè vengono meno le difese che li impediscono.
Nella realtà virtuale non c'è tanto falsità dell'azione, manca invece il banco di prova della dimensione della concretezza che è fondamentale.
Mancando questo elemento insostituibile ogni cosa è come se fosse sospesa, in attesa di, sospensione e attesa di verifica nella concretezza che può avvenire ma che può anche restare per sempre in quel limbo della realtà potenziale se si decide che la concretezza sia un ostacolo troppo grande da superare.
Un universo di coincidenze
Inviato il Jan. 17, 2010 alle 18:44

Cari amici, la nota di oggi vuole affrontare l'interessante tema delle coincidenze.
L'argomento va subito affrontato discutendo due importanti concetti che sono ad esso preliminari: il fortuito e il determinato.
Nell'ottica del fortuito tutti gli avvenimenti sono casuali, accadono senza un motivo specifico, si manifestano caoticamente e non seguono nessun piano prestabilito.
Bisogna subito dire che questo concetto nella storia del pensiero umano si è imposto abbastanza di recente, infatti il fortuito presuppone l'assenza della credenza in un ente o entità superiore che governi gli eventi, addirittura che li crei e poi li diriga.
Di solito nel corso della storia umana l'uomo è stato governato dall'idea del finalismo, cioè che tutte le sue azioni abbiano una direzione ben precisa che è quella data dal suo creatore.
Questa idea metafisica ha assolto una funzione salvifica e protettrice salvo aprirsi nel corso del tempo a qualcosa di terribile che alla fine ha più danneggiato che aiutato: la colpa.
Pressapoco l'uomo ha pensato che se c'era qualcuno a lui superiore che dirigeva le sue azioni le avrebbe dirette per il meglio se non ci fosse stata una sua grave manchevolezza.
L'uomo ha così partorito che i fini non si realizzavano come lui credeva per qualcosa di brutto che aveva commesso.
Così all'idea della colpa si è associato il rito del sacrificio espiatorio.
Comunque sia che si finalizzassero al bene, sia che, per una grave mancanza, si finalizzassero al male, l'uomo ha creduto che ci fosse una perfetta assonanza tra ciò che è un suo desiderio e ciò che è un accadimento esterno.
Un universo di assonanze tutte legate e intrecciate e pronte a realizzare il suo destino.
Nello stesso concetto di destino vi è l'idea appunto della destinazione fissata dall'eternità che deve compiersi all'interno di queste coincidenze universali.
Questa idea metafisica può essere rintracciata al negativo, patologicamente, nella paranoia.
Il paranoico crede che tutto l'universo sia stato creato per lui, tanto che nelle sue fantasie megalomani si pone al centro e tutto dirige.
Vi sono fantasie in cui il paranoico pone il suo corpo come un gigantesco spazio in cui far risiedere l'intero universo.
Naturalmente ogni cosa in queste fantasie trova il suo posto perchè coincidenti con l'uomo che le ha sviluppate.
Ma ora veniamo al punto psicologico della questione.
C'è la possibilità di pensare le nostre azioni coincidenti con gli avvenimenti esterni?
E tra essi vi è una relazione?
La questione è che tutto dipende dal nostro fortissimo desiderio che gli avvenimenti abbiano un significato.
Ma questo significato c'è?
La questione penso sia abbastanza semplice: da una parte ci sono avvenimenti congruenti e dall'altra discordanti con la nostra psiche profonda.
Quando gli avvenimenti esterni "toccano" punti sensibili della nostra psiche allora in noi scatta la percezione fortissima della coincidenza significativa, del piano preordinato che doveva realizzarsi, del destino che doveva compiersi, eccetera.
Quando gli avvenimenti esterni sono a noi indifferenti perchè non toccano i punti più profondi, o lo fanno in modo irrilevante, allora li percepiamo come casuali, fortuiti, senza significato appunto.
Per esempio, guardiamo gli incontri tra uomo e donna.
Platone pensava che per timore degli uomini completi, perfetti, Zeus li tagliò in due parti ed essi sono così "condannati" a cercarsi per ripristinare quell'unità originaria.
Il mito platonico condensa e rileva alcune profonde dinamiche psicologiche alla base dell'innamoramento.
Quando un uomo incontra una donna e viene folgorato dal colpo di fulmine, vi è in quella folgorazione una percezione più o meno consapevole di un incastro, un essere completati, un sentire che quel viso, quei gesti, quel modo di camminare, quel sorriso, quelle fattezze del suo corpo, quella personalità, quella luce che emana la sua anima, sono interne a lui, sono in lui, sono coincidenti con i suoi gesti, con le sue parole, con il suo corpo, la sua anima, e allora ha la netta sensazione che in quell'incontro vi sia una coincidenza significativa, che era destino che si compisse, che doveva succedere, che era già tutto scritto.
Da questo esempio ricaviamo una profonda verità psicologica, vale a dire che noi troviamo coincidenti nella realtà esterna i nostri profondi desideri e quando essi si intrecciano ad essa sentiamo che qualcosa di profondo si è realizzato e che doveva da sempre realizzarsi.
Allora avvertiamo un sentimento totalizzante, buono, protettivo, un desiderio capace di darci gioia, felicità, appagamento, fiducia nella vita.
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