Buck e Zanna Bianca

Sto leggendo due libri di Jack London: Il richiamo della foresta e Zanna bianca.
Il primo libro l’ho trovato in una bella edizione con splendidi disegni in bianco e nero, ma soprattutto impreziosita da una prefazione di Oriana Fallaci.
Ed ed è proprio utilizzando questa prefazione che vorrei in seguito svolgere alcune riflessioni sui due libri e sui temi che per me suscitano.
I protagonisti dei due romanzi sono in Il richiamo della foresta, Buck, un cane figlio di un padre sanbernardo e una madre pastore scozzese, e Zanna Bianca, figlio di una lupa, a sua volta figlia di una lupa e di un cane, e di un lupo.
Quindi Zanna bianca è per tre quarti lupo e per un quarto cane.
Queste ripartizioni genealogiche hanno il loro significato che vedremo in seguito.
Jack London ha scritto che Zanna bianca non voleva essere il seguito del Richiamo della foresta, e naturalmente non può esserlo sul piano della realtà, ma su quello simbolico c’è, al contrario, una profonda filiazione.
Buck nato in California in una dimora protettiva, per il lucro di un giardiniere della casa, viene venduto a un violento trafficante per trasportarlo nel Klondike.
Qui, nel clima isterico della “corsa all’oro” dei primi del Novecento, subisce la brutalità di uomini vogliosi soltanto di farne un feroce cane da slitta.
Viene salvato da un uomo buono, un cercatore d’oro, John Thompson, che gli dona quello che fino ad allora aveva dimenticato che esistesse: affetto.
Buck ama quell’uomo buono mettendo più volte a repentaglio la sua stessa vita.
Ma in lui sente irresistibile un richiamo, quello della foresta, incontra altri lupi, ma ritorna dal suo John, l’uomo buono che ama profondamente.
Ma una scena terribile gli si staglia davanti: degli indiani lo hanno ucciso.
Un dolore straziante allora gli lacera il petto, un dolore che si trasforma in rabbia, accecante, e in un’esplosione feroce di vendetta uccide il gruppo di indiani che avevano assassinato il suo John, l’uomo buono che tanto amava.
A quel punto nulla più era superiore al richiamo che sentiva ormai prepotente in sé, quel richiamo della foresta che lo attirò irresistibilmente verso un branco di lupi di cui diventerà guida.
La storia di Zanna Bianca, il quasi lupo, è per certi versi simile a quella di Buck, il totalmente cane, infatti anche lui subisce violenze dagli uomini, anche lui deve fronteggiare e combattere la ferocia degli altri cani indotta dagli uomini, deve subire e a sua volta far subire per sopravvivere, ma soprattutto anche lui incontra l’amore dell’uomo buono e lo riama con totale dedizione.
Lo deve difendere quell’amore, con tutta la forza che ha, con tutto se stesso.
Ma il quasi lupo trova appagamento in quell’amore perché nessuno riesce a portarglielo via, nessuno riesce a distruggerlo.
Zanna Bianca resta al suo fianco fino alla fine.
Oriana Fallaci vede in Buck la libertà assoluta, libertà da tutto, anche dall’amore che provava per l’uomo buono, quell’uomo che pur amava profondamente, ma per me la libertà che Buck esprime è comunque completata da Zanna Bianca.
I due animali si completano a vicenda facendosi beffa pure della loro natura: Buck che si fa lupo pur essendo cane, Zanna Bianca cane pur essendo per tre quarti lupo.
La libertà assoluta che la Fallaci vede in Buck è in realtà l’amore violentemente sottratto a Buck, quell’amore che Zanna Bianca ha invece avuto la fortuna, ma soprattutto la forza di salvare, di difendere e di vivere fino in fondo.
C’è tragedia in Buck, ma è una tragedia che si conforta e si ripiega nel cuore di Zanna Bianca e dà forza per cercare e realizzare il proprio destino che nessuna avversità deve mai poter distruggere.

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L’esilio di Lucio Battisti imposto dalla sinistra comunista

La storia ha bisogno di figure tipiche, ideali, per esemplificarsi, altrimenti i nudi fatti, nella loro rozza materialità, nella loro grossolana volgarità, sarebbero senza anima, senza poesia, senza respiro.

Vi è una figura ideale a cavallo tra gli anni 60 e 70, questa figura è Lucio Battisti.

L’artista di Poggio Bustone, il luogo dove è nato, ha sicuramente rappresentato la cultura più schietta, più genuina, più libera perché ancorata alle emozioni di quei travagliati anni. Egli, tramite i testi di Mogol, seppe dar voce alle spinte libertarie, innovative che già dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti stavano arrivando potentemente anche da noi.

Non è un caso che la sua musica portò un vento di novità, sapendo coniugare il pop e il rock internazionale con il meglio della melodia italiana che partiva dalla canzone napoletana, fino ad arrivare a Modugno, passando per Luigi Tenco.

La contro-cultura che si avvertiva nelle canzoni di Lucio Battisti era la stessa che si affermava nella “beat generation”, nei “Figli dei fiori” dei movimenti Hippy, che in modo ingenuo ma efficace volevano contrapporre a un mondo violento, interessato, ipocrita, una cultura basata sull’amore, scevro dalle convenzioni, dai conformismi, dalle istituzionalizzazioni.

Ma un grosso nemico presto si abbatté su queste innovative e creative tendenze: il marxismo-leninismo e il maoismo.

La guerra non avvenne tramite una lotta tra nemici, ma presentandosi come compagni di lotta che meglio però potevano rappresentare la critica globale alle società occidentali.

I gruppi marxisti e leninisti e quelli maoisti tolsero in un sol colpo, con un taglio della loro acuminata sciabola, tutto ciò che di più creativo, libero, emotivamente profondo veniva espresso dalla “beat generation”, sostituendola con una cultura basata sull’odio, sulla guerra permanente, sulla contrapposizione violenta al sistema borghese e capitalista.

In Italia, sicuramente Lucio Battisti era l’espressione e l’incarnazione di ciò che di meglio c’era nella “Beat generation”, ciò che di più autenticamente creativo si cercava di instaurare attraverso le sue canzoni basate sulle emozioni d’amore, sui conflitti nel viverlo, sul desiderio di librarsi comunque su un mondo sentito come inautentico.

Il grandissimo successo popolare che l’artista seppe suscitare era veramente troppo per i nuovi padroni della cultura che, attraverso una strategia già indicata da Gramsci, dovevano impossessarsi di tutti i centri nevralgici della società.

Battisti doveva per forza di cose allora essere denunciato come fascista, reazionario, sostenitore e addirittura sovvenzionatore di gruppi eversivi di estrema destra.

Le canzoni di Battisti subirono una vera e propria fatwa da parte di questi cultori dell’odio.

E accadde una cosa incredibile: tutti gli ascoltatori di sinistra, comunisti, cominciarono ad ascoltare Battisti di nascosto, ufficialmente vergognandosi di indugiare in tale amore musicale.

Lucio Battisti veniva totalmente osteggiato, spubblicato, e anche su consiglio di Giulio Rapetti, alias Mogol, decise di ritirarsi in un silenzioso esilio, dal quale non usci fino alla morte.

Esilio, e questa è la cosa più tragica, che alla fine si è voluto credere volontario.

Anche la sua ultima produzione, quella con il poeta ermetico Pasquale Panella, era il risultato di questo esilio, infatti Battisti voleva che i testi fossero freddi, disemotivizzati, e le sue stesse musiche, tranne rare eccezioni, erano cibernetiche, agghiaccianti, basate su campionature computerizzate.

Tristissima parabola di un grandissimo artista, il maggiore che l’Italia ha saputo esprimere nell’ambito della musica popolare, ma che sa esprimere un’angoscia ancora attuale: la lotta tra una concezione del mondo basata sull’odio contro ogni tentativo di libertà.

Ma documentiamo meglio questo esilio “volontario” di Lucio Battisti (che in realtà è stato solo l’inevitabile esigenza di evitare rischi e di rifiutare un mondo “culturale e musicale” che lo osteggiava poiché rappresentante reazionario e fascista, piccolo borghese e sdolcinato sentimentalista) prendendo in esame gli anni, che vanno dal 1972 al 1978, culminanti con il rapimento e l’omicidio del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, che hanno espresso al peggio un clima di violenza ideologica in cui chi non era comunista, anzi addirittura di posizioni estreme, era additato come portatore di una cultura inferiore degna di essere esclusa e/o eliminata.

Per capire l’ostracismo nei confronti di Lucio Battisti mi rifaccio alle acute parole di Paolo Fabbri, un semiologo, che nel 1994 così scrisse:” Battisti non cantava il domani, il mondo migliore: cantava in divenire, c’era un divenire nel canto, che annunciava qualcosa senza aver bisogno di dire cosa fosse (…) ma ti apre a un divenire di emozioni che non conosci (..) Battisti non ha rappresentato i giovani, li ha fatti”.

Ecco, è questo fare che non era ammissibile ai gruppi di contrapposizione violenta di estrema sinistra, e anche a quelli più moderati comunisti del PCI, che allora si affacciavano sulla scena politica e sociale italiana.

Per loro la musica doveva essere impegno di lotta di classe, abbattimento delle sovrastrutture borghesi che con l’industria musicale finalizzata al consumismo creava scientemente una sorta di sonno per obliare la consapevolezza di una matura coscienza di classe.

I testi delle canzoni di Battisti scritti da Mogol erano reazionari proprio perché non prendevano in nessun modo in esame tale lotta di classe, anzi, borghesemente, indugiavano in temi sentimentali ammantati per giunta di maschilismo strisciante.

Il giornalista Lanfranco Vaccari parla di una “Vigilanza sulla Linea”, cioè di una vera e propria censura verso chiunque ascoltasse un controrivoluzionario come lui.

Il cantautore Pierangelo Bertoli, che in molte sue canzoni parlava di questa lotta di classe, infatti, scrive: ” Non sono mai stato un suo grande estimatore. Non ho mai condiviso i testi delle sue canzoni, non perché vi trovassi precisi riferimenti all’ideologia della Destra, ma perché li ho sempre considerati superficiali e maschilisti. E comunque negli anni Settanta si sapeva che stava a Destra e che era vicino al Movimento Sociale. Lo si sapeva e basta.”

In questo “Lo si sapeva e basta” c’è tutta una filosofia, anzi per essere precisi, una pseudofilosofia, infatti, quello che l’ideologia, comunista estrema e moderata, dichiarava essere inferiore, fiancheggiatrice della reazione, non era criticabile, non si doveva mettere in discussione, era invece da accettare acriticamente perché a pensarci erano state le menti superiori della Linea che vigilavano permanentemente su tutti i rivoluzionari e su tutte le anime semplici che dovevano essere corrette se deragliavano dalla giusta via.

Ornella Vanoni, con giusta considerazione dice che: ” In quegli anni chiunque parlasse d’amore veniva considerato di Destra”, tanto da costringere gli “intellettuali organici” come Lidia Ravera ad ascoltarlo di nascosto: “Era l’unico elemento di trasgressione alle indicazioni della sinistra extraparlamentare. Ero ligia su ogni cosa, ma non su Battisti.

Con il senno di poi, commentando quelle posizioni, Edmondo Berselli, caporedattore della rivista “Il Mulino”, dice: “… siamo riusciti addirittura a trasformare Lucio Battisti in un pericoloso esponente della Destra”.

Certo, ora a Berselli pare assurda tutta quell’ondata di odio verso l’artista, però, con ingenuità, o ipocrisia, non si rendeva conto allora, e non si rende conto ora, che tutto era del tutto logico e coerente con l’ideologia che si sosteneva.

Insomma, l’amore è sinonimo di individualismo egoistico e reazionario, mentre l’impegno verso il collettivo è rivoluzionario, tanto che lo stesso Mogol dovette constatare che quei figli di papà, che dominavano i gruppi marxisti e maoisti, erano impregnati dogmaticamente e coattivamente solo di discorsi cinesi.

Già nel 1973 non poteva essere organizzato nessun concerto rock senza prevedere scontri violenti con orde di facinorosi che inneggiavano minacciosi a slogan quali “Riprendiamoci la musica”, la musica si sente, il biglietto non si paga” e simili, tanto che il più importante impresario di artisti stranieri in Italia, Franco Mamone, dovette ritirarsi dall’attività perché preso di mira dai più facinorosi. Ma il caso più clamoroso accadde nel 1975 al Palalido di Milano, a un concerto di una celebre rock star internazionale, Lou Reed, che dovette ritirarsi perché impedito a esibirsi da un fitto lancio di sassi. E stessa cosa accadde a Roma, al palasport, con un’escalation di violenza ormai non più gestibile, fatta di pestaggi, sfondamenti, tanto che David Zard, colui che aveva preso il posto di Mamone, salendo sul palco cercò invano di placare gli animi e solo l’intervento della polizia poté, in minima parte scongiurare il peggio, anzi, i tumulti si propagarono all’’esterno prendendo la tragica forma di una vera e propria guerriglia urbana.

Stessa sorte toccò al cantautore comunista Francesco De Gregori nel 1976 al Palalido di Milano, accusato di carenza di impegno politico nei suoi testi. Così riporta il “Corriere Della Sera”: Una giornata amara e ad alta tensione quella del 2 aprile del 1976. Francesco De Gregori è in scena al Palalido. Dopo il concerto del pomeriggio il cantautore ritorna sul palco. Tutto esaurito, grande attesa, entusiasmo palpabile. Alle 21 i cancelli vengono aperti, gli organizzatori decidono di fare entrare gratis un migliaio di ragazzi rimasti fuori e, probabilmente, pronti a sfondare. La musica comincia. De Gregori però viene più volte interrotto. Urla, fischi, accuse. Un gruppo di giovani della sinistra più estrema e intollerante prende posizione dietro il palco. Partono le ingiurie e il cantautore viene attaccato duramente «perché specula e si arricchisce con le canzoni». Il concerto viene più volte interrotto e un gruppo di giovani invade il palco. Gli estremisti si impadroniscono del microfono e leggono un comunicato contro l’ arresto (avvenuto a Padova) di un militante della sinistra extraparlamentare. Tra il pubblico spintoni e diverse scazzottature. E qualcuno non riesce a trattenere le lacrime. Venti interminabili minuti di interruzione poi il concerto riprende. Francesco De Gregori si ritira nel camerino. Ma non è ancora finita. Un gruppo di estremisti prende d’ assalto il camerino e costringe De Gregori a riuscire e risalire sul palco. Il servizio d’ ordine cerca di arginare l’ assalto. Nulla da fare. Al microfono partono raffiche di accuse pesanti. Un processo incredibile e aspro e senza possibilità di difendersi. Francesco De Gregori, sempre più pallido e spaventato, viene contestato e messo alla berlina per i quattrini ricevuti, per i cachet ritenuti troppo alti e mai destinati alle lotte dei lavoratori e viene addirittura invitato a smettere di suonare e a fare l’ operaio. «La rivoluzione non si fa con la musica – ringhia uno degli estremisti -. Lo diceva Majakovskij che era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu». Finalmente il processo finisce. De Gregori riesce a raggiungere il camerino. È distrutto. Annuncia che mai più canterà in pubblico.”

Racconta De Gregori che passarono anni prima di potersi riprendersi da quell’esperienza.

Se cantanti dichiaratamente comunisti e “impegnati” rischiavano grosso, figurarsi cosa poteva succedere a Lucio Battisti, infatti, il suo individualismo non poteva in nessun modo essere accettato, men che meno il suo enorme e clamoroso successo popolare.

Già, l’individualismo.

Ogni concezione autoritaristica, totalitaria, non sopporta l’individualità, perché il fine cui si tende e creare una massa conforme, gregaria, abbeverantesi ai diktat dei capi, tanto che ogni espressione libera è avvertita come una pericolosissima minaccia, e la massima minaccia è espressa proprio dalla creativa e libera azione dell’individuo, che sfugge alle costrizioni in cui lo si vorrebbe intrappolare.

Quella individualità che i Vigilanti della Linea vorrebbero distruggere e che Lucio Battisti, con la sua arte, esprimeva in pieno, quella individualità che fece dire al filosofo Kierkegaard: “Quando si sa per esperienza che non c’è nulla di più terribile che esistere in qualità di Individuo, non si deve neppure aver paura di dire che non c’è nulla di più grande”, al contrario dei collettivisti, dei settari che “…si associano a vicenda con un gran baccano, tengono lontana l’angoscia con le loro grida; e questa banda di gente urlante crede assalire il cielo…”

Così i settari dell’odio totalitario comunista, non potendo più eliminare direttamente fisicamente le individualità, le costringono all’esilio ed espungendole dal contesto umano in cui esse liberamente attraggono e sprigionano la loro azione creativa, pensano di poter uccidere ogni libertà.

Ma la libertà non può avere contropartite: o essa è presente, oppure l’uomo si disumanizza e muore.

Lucio Battisti, come altre creative individualità, è stato costretto all’esilio, ma la sua arte è rimasta viva, la sua anima libra ancora nel suo canto libero contro tutti i Vigilanti della Linea dell’odio.

Approfondiamo meglio la differenza tra “beat generation”, “mondo Hippy” e sinistra comunista e sinistra extraparlamentare e mostriamo come Lucio Battisti appartenesse a tutto tondo alle prime due.

Negli anni “60, dopo le tragedie della seconda guerra mondiale, si propagò in Occidente, un fortissimo desiderio di libertà, pace e amore, un nuovo modo di stare insieme senza le rigidità autoritarie, le discipline militarizzate, che avevano prevalso fino allora.

Queste istanze furono avvertite soprattutto dai giovani che da sempre hanno avuto verso tutto ciò che è dirompente, anticonformistico, un’attrazione biologica e psicologica.

I giovani sono naturalmente portati verso il futuro e quindi mal sopportano i carichi eccessivi legati al passato.

Solo che il paradosso è stato che negli anni “60 tutto ciò che c’era di più libertario, antiautoritario proveniva dal passato, anche se era un passato critico verso il tradizionalismo, verso il soffocamento della spontaneità, verso la repressione degli impulsi sessuali e del loro irrigidimento, salvo poi farli sfociare in deviazioni il più delle volte turpi e violente.

Luis Racionero ha scritto un interessantissimo libro, negli anni “70, proponendo di chiamare tutto quello che vi era di più libertario come “filosofie dell’underground”.

Sono underground, nascoste, perché da sempre schiacciate dalla cultura dominante che per meri motivi di dominio, di potere, mal sopporta, anzi, per nulla sopporta che vi siano tendenze alternative a essa.

La base di queste filosofie, Racionero, la rintraccia nel concetto di “esperienza”, vale a dire non erano teorie o ricerca di teorie ma desiderio di vivere delle esperienze nuove che allargassero le capacità mentali utilizzando correnti di pensiero eterodosso che compaiono già con gli sciamani preistorici.

Queste correnti underground, nello scorrere attraverso la storia, hanno assunto vari e a volte parziali volti, ma tutti sono ispirati da questo fiume sotterraneo che è represso ma che non si può sopprimere del tutto e che quando emerge porta un soffio vitale di creatività negli uomini.

Negli anni “60 l’underground diede vita alla “controcultura” antiautoritaria, basata sull’accentuazione della musica rock, sulle comuni Hippy e sulla filosofia orientale.

Io aggiungerei che molta influenza ebbero anche le tradizioni mistiche createsi nell’occidente cristiano, tra cui il francescanesimo, il movimento dei poverelli, e dei frati minori, insomma tutto quell’universo che si rifaceva allo spirito più genuino dei Vangeli, infatti, si diffuse una vera e propria cristofilia che curiosamente si accompagnò all’esaltazione degli Arancioni di Hare Krishna, alle teorie del buddismo Zen e taoistiche e al purismo mistico del sufismo.

Toccò agli Stati Uniti essere la patria di tali esigenze, che però si erano anticipate già in Inghilterra proprio col mondo beat dei Beatles e dei Rolling Stones.

La sola materialità del mondo non era più sufficiente, nasceva l’esigenza, agganciandosi a tali correnti underground, di voler vivere esperienze più appaganti, più ricche, più soddisfacenti, tanto che a una cultura del sacrificio si volle sostituire una cultura del godimento, ma non era un godimento di effimere scariche filologiche, di scaricamento di energie istintive per un ripristino dell’omeostasi, ma un godimento totale che voleva unire il corpo con lo spirito.

La ricerca di esperienze più totalizzanti portò ad avvicinarsi a tutte quelle esperienze psichedeliche che in modo grossolano si cercavano anche nelle droghe: era come spezzare un’interna barriera, un muro, per aprirsi a una percezione più estesa.

Le stesse filosofie razionalistiche furono contestate, in special modo il cartesianesimo che era visto come oppressivo per la sua radicale divisione tra mondo del corpo e mondo dello spirito, tra bios e pneuma, tra res extensa e res cogitans, infatti, il pensiero non doveva più basarsi sulla sola attività della mente, della psiche, ma doveva aprirsi alle correnti, ai flussi del corpo, attraverso l’energia sessuale, e fondersi con esse.

Si potrebbe definire questo come l’esperienza del pensiero corporale, la mente ha un corpo e il corpo ha una mente.

Tutta la cultura dominante che si basava su tali dicotomie era rigettata e per questo si doveva correggerla con una controcultura.

Con gli spettacoli espressi dal mondo beat e hippie di “Hair” e “Jesus Christ Superstar”, in modo spettacolarizzato, a volte grossolano e ingenuo, si voleva dar corpo proprio a tali esigenze.

Però accadde che i sogni psichedelici sfociarono nella droga psichedelica, le comuni hippie, in orticelli in cui deflagrarono tutte le contraddizioni autoritarie della società, le filosofie antirazionalistiche in ingenue, quanto non pericolose filosofie irrazionalistiche che non di rado giustificavano eccessi di violenza e forme maniacali.

Ma soprattutto la “controcultura” lentamente, ma inesorabilmente, si trasformò in occupazioni politicizzate, in simpatie extraparlamentari di sinistra leninista e maoista, in “68 con slogan tipo “la fantasia al potere” “l’occupazione è finalizzata all’occupazione” e all’esaltazione di miti nefasti e violenti come quelli di Che Guevara, Ho Chi Minh, Mao, Pol Pot, Fidel Castro e simili.

La stessa critica del mondo autoritario e grossolanamente materialistico si fece incanalare nella critica feroce all’american way of life, in un antiamericanismo voluto da Stalin con la graziosa appendice nobilitante del pacifismo.

Con questo atto di cannibalismo, nel mondo, e in Italia già nel 1973, la controcultura della beat generation e del mondo hippy finì malamente.

Battisti che aveva vissuto in pieno gli entusiasmi di quel mondo spontaneista, antiautoritario, creativo, fresco e nuovo, trovò una fonte inesauribile di ispirazioni musicali e senza timore di poter essere smentito, sicuramente tutto il meglio che musicalmente, e Mogol nei testi, la sua produzione artistica realizzò si ebbe in questo clima degli anni “60 e inizi anni “70, quando ancora le minacce cupe dell’egemonia comunista non avevano fatto sentire la loro voce.

Le iniziali canzoni, “29 settembre” “Acqua azzurra, acqua chiara, “Non è Francesca”, “Fiori rosa fiori di pesco”, “Mi ritorni in mente”, “Io vivrò senza te”, “Il tempo di morire”, “La canzone del sole” “E penso a te”, “Anche per te”, “Comunque bella”, “Anna” “Emozioni”, “I giardini di Marzo” “Pensieri e parole”, “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi”, “La luce dell’est”, Il mio canto libero”, hanno un’intensità, una creativa freschezza che Battisti non riuscì più a ritrovare dopo, in particolare c’è una canzone “Vento nel vento” che a mio parere è la sua canzone più intensa, un vero e proprio gioiello di fusione tra musica e parole, un’intensa canzone d’amore che ha pochissimi eguali nella musica italiana e nella stessa produzione artistica di Battisti.

Dopo il 1976 la sua vena artistica già mostra una certa stanchezza, una certa ripetizione, una forzatura di temi già solcati, già battuti, e seppur trova ancora la vena artistica per alcune cose pregevoli come”Ancora tu”, “Sì, viaggiare”, “Amarsi un po'”, “Perché no”, “Con il nastro rosa”, nella pur ispiratissima “Prendila così”, nell’insieme la sua vena artistica si sta esaurendo perché la fonte si era spenta, quella fonte meravigliosa che era emersa dall’underground della storia e si era incarnata in lui a livello musicale.

Battisti si era inaridito perché la storia si era inaridita, all’Eros si era sostituito il Thanatos, all’amore, l’odio, al vento dantesco di “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” di Vento nel vento, si era sostituita la tempesta degli anni di piombo, nei quali si consacreranno per complicità e per reazione la partitocrazia, il cattocomunismo, e, decenni dopo, l’antiberlusconismo.

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I Dannati

Nella tradizione Cattolica i Dannati erano uomini che un giorno, nelle loro anime ricongiunte ai corpi, Giudizio universale, avrebbero scontato le loro colpe commesse in Terra. E’ inutile sottolineare che per la tradizione cattolica, specie medioevale, ma non solo, le colpe erano comunque connesse ai peccati del corpo, della sensualità, della sessualità.

  E’ questo il motivo per cui vi fu una diffusissima ‘pastorale’ che in modo ossessivo, martellante, inculcava nei fedeli il ‘disprezzo del mondo’, il disgusto per il corpo e i suoi schifosi contenuti, la fragilissima e precaria vanità nel legarsi all’esistenza terrena piena soltanto di cose orribili, piena di sofferenza e di dolore.

  E anche quelle che sembravano cose gradevoli, belle, in modo continuo si dimostrava quanto avessero solo un’apparenza positiva, celando invece una realtà disgustosa, piena di putredine. Tale ‘filosofia’ nata nei conventi, si diffuse in ogni aspetto della vita individuale, familiare, sociale, politica.

  Neppure la ‘rivoluzione’ operata dalla Riforma cambiò le cose, anzi, il disprezzo per il mondo, non solo attaccò i corpi, ma anche quelle che nella pastorale cattolica erano gli elementi superiori: l’anima, lo spirito. Solo Dio, per Lutero, e ancor più per Calvino, poteva concedere la grazia e dare a quel verme indegno che era l’uomo, una possibilità di salvezza.

Insomma, ciò che in sintesi si può affermare da tale visione del mondo, che si insinuò in tutto l’Occidente, che lo percorse in lungo e in largo per secoli, passando dal medioevo all’età moderna, da quest’ultima all’età contemporanea, era che l’uomo doveva giustificare la sua esistenza perché non ne era degno.

  E’ vero che nel Rinascimento Pico della Mirandola cercò di operare una rivoluzione culturale scrivendo un opuscolo intitolato proprio ‘Della dignità dell’uomo’, ma la cosa ebbe un’influenza limitata nella mentalità collettiva, riuscendo a scalfire, per fortuna, ‘solo’ le roccaforti dell’intellettualità occidentale e dando lo spunto, insieme ad altri notevoli contributi, alla scienza moderna che da Galileo a oggi si può considerare la vera espressione avente alla base la fiducia dell’uomo, la sua dignità umana, l’ottimismo, pur tra ben delineati limiti, della ragione, dell’intelletto, delle sue facoltà.

Però la lotta è sempre presente ancora oggi. Ogni volta che si apre uno squarcio, una rottura, una crisi profonda, riemerge il tetro pessimismo per l’uomo, il disprezzo per il mondo, la totale vanità del Tutto, una feroce libidine per il nulla, per tutto ciò che mortifica l’uomo, una parossistica attrazione per la morte, mista a repulsione, ad angoscia, a paura.

  I Dannati sono di nuovo individuati e coloro che lo fanno sono colpiti da una forma violenta di male, da un morbo che difficilmente si può curare: l’angelismo. L’angelismo è l’ossessione per la perfezione, per la purezza, ma cosa paradossale ha all’interno il suo contrario, vale a dire trova dappertutto sporcizia, imperfezione, male, colpa.

 Chi è ossessionato dall’angelismo sa in modo chiaro ed evidente, diremmo cartesiano, chi deve essere il Dannato e su di lui si scaglia violentemente. In realtà il Dannato che lui così bene sa individuare è lo specchio della sua dannazione. E’ lui il Dannato e i suoi poveri simili li vorrebbe portare alla dannazione.

  L’antidoto, l’unico, è affermare, sempre, con coraggio e consapevolezza, la Dignità umana.

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Il Partito dei giudici e la politica dei ribaltoni

 

 

Mauro Mellini, valente studioso dei problemi della giustizia italiana, ha sostanzialmente scritto un libro ‘Il Partito dei magistrati’ per affermare la tesi che in Italia si è determinato un Partito dei magistrati non per una sorta di complotto ordito da un gruppo di magistrati comunisti, ma per un’evidente distorsione e conseguente estensione arbitraria della funzione requirente e giudicante. Tale patologica estensione è stata possibile perché il Legislatore, per carenza giuridica, non è stato, e non è, in grado di scrivere leggi precise che non lascino un enorme margine di discrezionalità in cui i magistrati inevitabilmente si sono infilati e tuttora si infilano.

 

Insomma, per Mauro Mellini, l’attuale patologia della giustizia italiana è nata non seguendo un disegno eversivo, non per un accordo scientifico per colpire un avversario politico, ma come ‘naturale’ conseguenza di premesse sbagliate dovute, paradossalmente, proprio all’incuria, all’incompetenza, alla superficialità del potere politico, nello specifico, quello legislativo.

 

La tesi di Mellini ha indubbiamente il merito di spazzare via ogni tentazione di avvalorare idee complottistiche che di solito sono alimento di ideologie paranoiche che tendono sempre a confinare l’analisi dei fenomeni sociali a farneticanti affermazioni superficiali ma soprattutto aggressive.

 

Il problema sollevato da Mellini è indubbiamente vero: le leggi sono scritte male, sono imprecise, ambivalenti e lasciano un margine di eccessiva discrezionalità al magistrato nella loro interpretazione.

 

Spesso nelle cose umane si è visto come una cattiva premessa ha fatto fallire le intenzioni migliori e che se queste premesse non sono riformulate, aggiustate, cambiate, possono incidere in modo catastrofico sui comportamenti umani.

 

L’uomo è un animale facile alle tentazioni, specie se queste tentazioni sono legate al potere.

 

E’ qui che va spiegata la patologia della magistratura italiana: essa non ha saputo resistere al fascino del potere, infatti, una volta creatasi l’opportunità per impossessarsene l’ha subito colta al volo.

 

Tale spiegazione ha però come importante corollario che il potere resti intatto, non sia sottratto, non sia tolto.

 

La politica italiana nella Prima Repubblica era dominata dalla partitocrazia che aveva una concezione della giustizia completamente asservita, funzionale al potere che svolgeva.

 

Nei primi anni settanta, però, per le fortissime contrapposizioni ideologiche tra il PCI e la Democrazia Cristiana, la giustizia si è voluta contrapporre al potere politico della maggioranza di Governo, espressa dalla DC, quasi a volersi rendere autonoma, a voler orgogliosamente rivendicare la sua indipendenza dal potere politico.

 

Questa rivendicazione però si inseriva subito nella contrapposizione PCI-DC e fu inevitabile che fosse strumentalizzata ideologicamente dai comunisti per avere nell’ambito del potere un’arma così potente nelle proprie mani, un’arma che servisse a rafforzare quell’enorme gruppo di ‘case matte’ che già erano state prese per conquistare il potere politico partendo dalla società civile.

 

A farsi punta di diamante di questa operazione è stata una corrente della magistratura: Magistratura Democratica.

 

Questa corrente voleva affermare l’autonomia della magistratura non più agendo nella funzione attribuitagli dalla Costituzione, ma volendo perseguire quei centri politici e sociali che impedivano, a suo insindacabile parere, la piena maturità del Paese.

 

Ecco che la magistratura si diede un compito etico che assolutamente non dovrebbe mai avere, ma che in quella situazione sembrava essere inevitabile.

 

Tale compito etico può essere seguito magistralmente in un film di Dino Risi del 1971 ‘ In nome del popolo italiano’.

 

Il giudice istruttore, interpretato da Ugo Tognazzi, pur avendo in mano le prove che avrebbero scagionato per un’accusa di omicidio, il cattivo industriale capitalista, interpretato da Vittorio Gassman, decide di farlo condannare, distruggendo quelle prove.

 

La verità doveva essere sacrificata, l’accusa di omicidio era infondata, ma, per il magistrato, la colpa dell’industriale era molto più grave: egli concorreva al degrado del Paese, lavorava per farlo restare in una condizione di infantilismo, di egoismo, di corruzione.

 

Infatti nell’ultima scena, il giudice decide di distruggere le prove dell’innocenza dell’industriale mentre la città era in festa per la vittoria di una partita di calcio.

 

Questi barbari, questi infantili individui, ubriacati dall’oppio sportivo, dovevano essere corretti da una superiore volontà etica, rappresentata dal magistrato, che con un’azione forte e decisa li avrebbe alla fine portatati alla maturità, a una diversa concezione morale: finalmente cittadini di un Paese come si deve.

 

La chiarezza del film di Risi è dovuta al fatto che il regista si identifica totalmente nel magistrato moralizzatore.

 

Con Tangentopoli scoppiava drammaticamente tale processo di moralizzazione operata dalla magistratura, che colpendo un’oggettiva corruzione partitocratica, voleva ‘rivoltare l’Italia come un calzino’, per perseguire in realtà un obiettivo che non è certo della magistratura: il cambiamento politico del Paese.

 

La furia giustizialista era così cruenta che la situazione si era indubbiamente ribaltata: il potere politico era ora asservito a quello giudiziario e il Parlamento, come atto simbolico, decise di rinunciare all’immunità che fino a quel momento in qualche modo gli aveva dato ancora quella supremazia sul potere giudiziario che ora invece non aveva più.

 

Ma il potere politico non aveva la stessa considerazione, ovviamente, per i nuovi profeti dell’etica.

 

La sinistra comunista, da sempre infuocata dagli stessi furori etici, dalla stessa concezione di superiorità morale, addirittura antropologica, era vista un utile alleato per conseguire sostanzialmente lo stesso fine operando su due binari paralleli.

 

Ed ecco inserirsi, clamorosamente, Silvio Berlusconi.

 

Egli aveva l’ardire di ripristinare di nuovo la subalternità del potere giudiziario a quello politico o almeno è quello che così era percepito dai magistrati quando, il ricco imprenditore, capitalista e borghese, si proponeva di separare le carriere e le funzioni tra Pm e giudici, riformare il CSM  e attuare ALTRE  LIMITAZIONI.

 

Queste limitazioni erano avvertite, in profondità, come tentativo di bloccare l’azione etica di cui il magistrato, nuovo profeta di un Paese migliore, si sentiva investito.

 

Divenne abbastanza ‘naturale’ che le azioni dei magistrati che si sentivano investiti del sacro fuoco etico, si concretizzassero in una serie mostruosa di indagini contro Berlusconi al solo scopo di ribaltare l’esito elettorale per fiaccare e/o impedirne l’attuazione di quei propositi di riforma che si percepiva non come una modifica di un diverso assetto dell’ordine giudiziario, ma come il pericolo più grande che si era mai concepito da quando era iniziata la sacra missione etica.

 

Dal 1994 a oggi la situazione non è cambiata, si potrebbe dire che è stata una carrellata di tentativi, o proclami, di riforma giudiziaria e ribaltoni politici invece attuati, nei quali l’esito elettorale inizialmente conquistato era inficiato proprio a causa dell’azione giudiziaria che influiva pesantemente all’interno e all’esterno della compagine politica di Silvio Berlusconi, tanto da estrinsecarsi in evidenti errori (per paura, per un ingenuo calcolo di poter gestire l’esistente, di mal riposta fiducia in persone che avevano concezioni etiche non dissimili da quei magistrati che si volevano limitare) e in accerchiamento (attacchi demonizzanti di stampa, italiana e straniera, moralismo bigotto strumentale di nemici politici, avversione irrazionale per ogni provvedimento legislativo intrapreso).

 

E siamo a oggi, lo scontro è ora durissimo, frontale, ma in gioco non è soltanto Silvio Berlusconi, non è tanto il leader di una forza politica, ma sapere se l’Italia deve essere ‘eticizzata’ da questi nuovi profeti con vesti di giudici, da questi custodi totalitari che vorrebbero portare indietro di secoli l’Italia a quando ancora non si era operata la netta separazione tra morale e politica, legge e morale, a quando cioè la morale privata era arbitrariamente confusa, anche se non del tutto identificata, con un’arbitraria e monolitica etica di Stato.

 

Questi sono i veri motivi dello scontro e solo persone autoritarie, represse, oppresse e identificatesi col proprio aggressore, potrebbero volere una vittoria delle forze oscurantistiche sugli ideali liberali e libertari da conseguire con pragmatica, ma, proprio per questo, profonda azione riformatrice.


 

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Due Dialoghi di Giacomo Leopardi

 

 

 

 

Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggere

 

 

Vend.Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Pass. Almanacchi per l’anno nuovo?

Vend. Sì signore.

Pass. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Vend. O illustrissimo, sì, certo.

Pass. Come quest’anno passato?

Vend. Più più assai.

Pass. Come quello di là?

Vend. Più più, illustrissimo.

Pass. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Vend. Signor no, non mi piacerebbe.

Pass. Quanti anni nuovi sono passati dacché voi vendete almanacchi?

Vend. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Pass. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Vend. Io? Non saprei.

Pass. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Vend. No in verità, illustrissimo.

Pass. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Vend. Cotesto si sa.

Pass. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Vend. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Pass. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Vend. Cotesto non vorrei.

Pass. Oh che altra vita vorreste rifare? La vita c’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Vend. Lo credo cotesto.

Pass. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Vend. Signor no davvero, non tornerei.

Pass. Oh che vita vorreste voi dunque?

Vend. Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Pass. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Vend. Appunto.

Pass. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene; se a patto di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Vend. Speriamo.

Pass. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Vend. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Pass. Ecco trenta soldi.

Vend. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. 

 

DIALOGO DI UN FISICO E DI UN METAFISICO 

 

Fisico. Eureca, eureca.
Metafisico. Che è? che hai trovato?
Fisico. L’arte di vivere lungamente.
Metafisico. E cotesto libro che porti?
Fisico. Qui la dichiaro: e per questa invenzione, se gli altri vivranno lungo tempo, io vivrò per lo meno in eterno; voglio dire che ne acquisterò gloria immortale.
Metafisico. Fa una cosa a mio modo. Trova una cassettina di piombo, chiudivi cotesto libro, sotterrala, e prima di morire ricordati di lasciar detto il luogo, acciocché vi si possa andare, e cavare il libro, quando sarà trovata l’arte di vivere felicemente.
Fisico. E in questo mezzo?
Metafisico. In questo mezzo non sarà buono da nulla. Più lo stimerei se contenesse l’arte di viver poco.
Fisico. Cotesta è già saputa da un pezzo; e non fu difficile a trovarla.
Metafisico. In ogni modo la stimo più della tua.
Fisico. Perché?
Metafisico. Perché se la vita non è felice, che fino a ora non è stata, meglio ci torna averla breve che lunga.
Fisico. Oh cotesto no: perché la vita è bene da se medesima, e ciascuno la desidera e l’ama naturalmente.
Metafisico. Così credono gli uomini; ma s’ingannano: come il volgo s’inganna pensando che i colori sieno qualità degli oggetti; quando non sono degli oggetti, ma della luce. Dico che l’uomo non desidera e non ama se non la felicità propria. Però non ama la vita, se non in quanto la reputa instrumento o subbietto di essa felicità. In modo che propriamente viene ad amare questa e non quella, ancorché spessissimo attribuisca all’una l’amore che porta all’altra. Vero è che questo inganno e quello dei colori sono tutti e due naturali. Ma che l’amore della vita negli uomini non sia naturale, o vogliamo dire non sia necessario, vedi che moltissimi ai tempi antichi elessero di morire potendo vivere, e moltissimi ai tempi nostri desiderano la morte in diversi casi, e alcuni si uccidono di propria mano. Cose che non potrebbero essere se l’amore della vita per se medesimo fosse natura dell’uomo. Come essendo natura di ogni vivente l’amore della propria felicità, prima cadrebbe il mondo, che alcuno di loro lasciasse di amarla e di procurarla a suo modo. Che poi la vita sia bene per se medesima, aspetto che tu me lo provi, con ragioni o fisiche o metafisiche o di qualunque disciplina. Per me, dico che la vita felice, saria bene senza fallo; ma come felice, non come vita. La vita infelice, in quanto all’essere infelice, è male; e atteso che la natura, almeno quella degli uomini, porta che vita e infelicità non si possono scompagnare, discorri tu medesimo quello che ne segua.
Fisico. Di grazia, lasciamo cotesta materia, che è troppo malinconica; e senza tante sottigliezze, rispondimi sinceramente: se l’uomo vivesse e potesse vivere in eterno; dico senza morire, e non dopo morto; credi tu che non gli piacesse?
Metafisico. A un presupposto favoloso risponderò con qualche favola: tanto più che non sono mai vissuto in eterno, sicché non posso rispondere per esperienza; né anche ho parlato con alcuno che fosse immortale; e fuori che nelle favole, non trovo notizia di persone di tal sorta. Se fosse qui presente il Cagliostro, forse ci potrebbe dare un poco di lume; essendo vissuto parecchi secoli: se bene, perché poi morì come gli altri, non pare che fosse immortale. Dirò dunque che il saggio Chirone, che era dio, coll’andar del tempo si annoiò della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì. Or pensa, se l’immortalità rincresce agli Dei, che farebbe agli uomini. Gl’Iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene; e specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe; potendo, se io non m’inganno, essere immortali; perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe; contuttociò muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano. Aggiungi quest’altra favola. Bitone e Cleobi fratelli, un giorno di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella supplicò la dea che rimunerasse la pietà de’ figliuoli col maggior bene che possa cadere negli uomini. Giunone, in vece di farli immortali, come avrebbe potuto; e allora si costumava; fece che l’uno e l’altro pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero instanza ad Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese. La settima notte, mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s’hanno a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga. Ma poiché siamo in sulle favole, eccotene un’altra, intorno alla quale ti vo’ proporre una questione. Io so che oggi i vostri pari tengono per sentenza certa, che la vita umana, in qualunque paese abitato, e sotto qualunque cielo, dura naturalmente, eccetto piccole differenze, una medesima quantità di tempo, considerando ciascun popolo in grosso. Ma qualche buono antico racconta che gli uomini di alcune parti dell’India e dell’Etiopia non campano oltre a quarant’anni; chi muore in questa età, muor vecchissimo; e le fanciulle di sette anni sono di età da marito. Il quale ultimo

capo sappiamo che, appresso a poco, si verifica nella Guinea, nel Decan e in altri luoghi sottoposti alla zona torrida. Dunque, presupponendo per vero che si trovi una o più nazioni, gli uomini delle quali regolarmente non passino i quarant’anni di vita; e ciò sia per natura, non, come si è creduto degli Ottentotti, per altre cagioni; domando se in rispetto a questo, ti pare che i detti popoli debbano essere più miseri o più felici degli altri?
Fisico. Più miseri senza fallo, venendo a morte più presto.
Metafisico. Io credo il contrario anche per cotesta ragione. Ma qui non consiste il punto. Fa un poco di avvertenza. Io negava che la pura vita, cioè a dire il semplice sentimento dell’esser proprio, fosse cosa amabile e desiderabile per natura. Ma quello che forse più degnamente ha nome altresì di vita, voglio dire l’efficacia e la copia delle sensazioni, è naturalmente amato e desiderato da tutti gli uomini: perché qualunque azione o passione viva e forte, purché non ci sia rincrescevole o dolorosa, col solo essere viva e forte, ci riesce grata, eziandio mancando di ogni altra qualità dilettevole. Ora in quella specie d’uomini, la vita dei quali si consumasse naturalmente in ispazio di quarant’anni, cioè nella metà del tempo destinato dalla natura agli altri uomini; essa vita in ciascheduna sua parte, sarebbe più viva il doppio di questa nostra: perché, dovendo coloro crescere, e giungere a perfezione, e similmente appassire e mancare, nella metà del tempo; le operazioni vitali della loro natura, proporzionatamente a questa celerità, sarebbero in ciascuno istante doppie di forza per rispetto a quello che accade negli altri; ed anche le azioni volontarie di questi tali, la mobilità e la vivacità estrinseca, corrisponderebbero a questa maggiore efficacia. Di modo che essi avrebbero in minore spazio di tempo la stessa quantità di vita che abbiamo noi. La quale distribuendosi in minor numero d’anni basterebbe a riempierli, o vi lascerebbe piccoli vani; laddove ella non basta a uno spazio doppio: e gli atti e le sensazioni di coloro, essendo più forti, e raccolte in un giro più stretto, sarebbero quasi bastanti a occupare e a vivificare tutta la loro età; dove che nella nostra, molto più lunga, restano spessissimi e grandi intervalli, vòti di ogni azione e affezione viva. E poiché non il semplice essere, ma il solo essere felice, è desiderabile; e la buona o cattiva sorte di chicchessia non si misura dal numero dei giorni; io conchiudo che la vita di quelle nazioni, che quanto più breve, tanto sarebbe men povera di piacere, o di quello che è chiamato con questo nome, si vorrebbe anteporre alla vita nostra, ed anche a quella dei primi re dell’Assiria, dell’Egitto, della Cina, dell’India, e d’altri paesi; che vissero, per tornare alle favole, migliaia d’anni. Perciò, non solo io non mi curo dell’immortalità, e sono contento di lasciarla a’ pesci; ai quali la dona il Leeuwenhoek, purché non sieno mangiati dagli uomini o dalle balene; ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro corpo per allungare la vita, come propone il Maupertuis, io vorrei che la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice che i più vecchi non passano l’età di un giorno, e contuttociò muoiono bisavoli e trisavoli. Nel qual caso, io stimo che non ci rimarrebbe luogo alla noia. Che pensi di questo ragionamento?
Fisico. Penso che non mi persuade; e che se tu ami la metafisica, io m’attengo alla fisica: voglio dire che se tu guardi pel sottile, io guardo alla grossa, e me ne contento. Però senza metter mano al microscopio, giudico che la vita sia più bella della morte, e do il pomo a quella, guardandole tutte due vestite.
Metafisico. Così giudico anch’io. Ma quando mi torna a mente il costume di quei barbari, che per ciascun giorno infelice della loro vita, gittavano in un turcasso una pietruzza nera, e per ogni dì felice, una bianca; penso quanto poco numero delle bianche è verisimile che fosse trovato in quelle faretre alla morte di ciascheduno, e quanto gran moltitudine delle nere. E desidero vedermi davanti tutte le pietruzze dei giorni che mi rimangono; e, sceverandole, aver facoltà di gittar via tutte le nere, e detrarle dalla mia vita; riserbandomi solo le bianche: quantunque io sappia bene che non farebbero gran cumulo, e sarebbero di un bianco torbido.
Fisico Molti, per lo contrario, quando anche tutti i sassolini fossero neri, e più neri del paragone; vorrebbero potervene aggiungere, benché dello stesso colore: perché tengono per fermo che niun sassolino sia così nero come l’ultimo. E questi tali, del cui numero sono anch’io, potranno aggiungere in effetto molti sassolini alla loro vita, usando l’arte che si mostra in questo mio libro.
Metafisico. Ciascuno pensi ed operi a suo talento: e anche la morte non mancherà di fare a suo modo. Ma se tu vuoi, prolungando la vita, giovare agli uomini veramente; trova un’arte per la quale sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni loro. Nel qual modo, accrescerai propriamente la vita umana, ed empiendo quegli smisurati intervalli di tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere, ti potrai dar vanto di prolungarla. E ciò senza andare in cerca dell’impossibile, o usar violenza alla natura, anzi secondandola. Non pare a te che gli antichi vivessero più di noi, dato ancora che, per li pericoli gravi e continui che solevano correre, morissero comunemente più presto? E farai grandissimo beneficio agli uomini: la cui vita fu sempre, non dirò felice, ma tanto meno infelice, quanto più fortemente agitata, e in maggior parte occupata, senza dolore né disagio. Ma piena d’ozio e di tedio, che è quanto dire vacua, dà luogo a creder vera quella sentenza di Pirrone, che dalla vita alla morte non e divario. Il che se io credessi, ti giuro che la morte mi spaventerebbe non poco. Ma in fine, la vita debb’esser viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio
.

 

 

 

 

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Il Potere (prima parte)

 

 

La natura del potere è stata analizzata da più parti, celebri quelle svolte da Machiavelli, Hobbes, Gerhard Ritter, Hannah Arendt, Max Weber, C.W.Mills, Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Giuseppe Maranini, Michel Foucault, ma per lo più queste analisi si sono orientate, per certi versi comprensibilmente, verso un punto di vista storico, sociologico, nell’azione esteriore, politica, giuridica e costituzionale, ma di analisi della natura ‘intima’ del potere non vi è molto, sicuramente le migliori sono quelle svolte da Bertrand Russell nel libro Il potere e Elias Canetti in Massa e potere e un contributo sintetico ma pregnante dato da Fausto Antonini in un articolo dal significativo titolo Analisi del potere alla luce dell’antropologia e della psicologia del profondo. 

 

 Anche alcune analisi classiche di psicoanalisti ‘impegnati’, come Wilhelm Reich, Erich Fromm, specialmente in Psicologia di massa del fascismo e Anatomia della distruttività umana hanno detto cose importanti, ma anch’esse si sono subito indirizzate verso i fenomeni storici in cui il potere si è reso visibile, lasciando però lacunosi vuoti sul senso del potere, sul suo profondo significato, sul motivo che induce uomini di ogni classe, cultura, carattere a esserne dominati, sulla differenza tra un potere maschile e femminile, tra un subire il potere da parte dell’uomo e della donna, senza escludere il bambino e la bambina.

 

L’importanza di un’analisi ‘genetica’ che preceda una storica è data dal fatto che nei fenomeni concreti in cui si realizza il potere, si crea, di fatto, un nascondimento, una cortina fumogena data da quel celebre principio, già messo bene in evidenza da Guglielmo Ferrero, che è la legittimazione del potere.

 

Ed è fondamentale esigenza umana quella di dare giustificazione al potere che si esercita in qualsiasi occasione, individuale e collettiva, privata e pubblica, familiare e sociale, naturale e culturale, isolata da ogni contesto e invece interna a un preciso contesto storico.

 

Siccome la legittimazione è sempre servita a rendere il potere ‘razionale’, cioè inevitabile, direi giusto, addirittura morale, tentare un’analisi che prescinda da ogni legittimazione, avrebbe sì il rischio di una certa astrattezza, una sorta di analisi di un’idea platonica nel mondo dell’iperuranio, ma avrebbe il vantaggio, che poi ovviamente va valutato criticamente con tutte le armi scientifiche di cui si dispone, di non essere fuorviati da quelle massicce coperture ideologiche che hanno solo la funzione di rendere visibile in maniera cruda e nuda la realtà del potere in quanto tale.

 

Ovviamente non esiste un potere senza un potente che lo eserciti, ma anche qui, per non incorrere nell’azione del potente legittimato dal potere anch’esso legittimato, si preferirà parlare di potere come se fosse un’entità avulsa da chi detiene il potere stesso.

 

Anche per non incorrere in un difetto di impostazione in cui incorre lo storico Piero Melograni, nella pur pregevole e purtroppo rara analisi svolta nel ‘Saggio sui potenti‘ del 1977, che nell’identificare totalmente il potere con chi lo detiene ha parlato di impotenza del capo per il suo essere distaccato e quindi ignorante della realtà, limitato dall’azione della burocrazia, da quella delle masse, da quella dei suoi stessi collaboratori, non accorgendosi che l’azione del potere viene prima dello stesso potente che in modo provvisorio, anche se spettacolarmente, lo incarna, anzi, la sua arguta analisi è alla fine la smentita più clamorosa non già della forza del potere, come sembra quasi concluderne Melograni, ma dell’identità totale del potere con il potente, il capo, il detentore che in un preciso momento storico lo detiene.

 

Si potrebbe seguire con profitto la storia dei detentori del Potere dall’antichità ai nostri giorni e sicuramente balzerebbe subito agli occhi un deciso spostarsi dalla forma personale del detentore a quella impersonale, vale a dire che se dall’antichità fino all’età moderna il re incarnava perfettamente il Potere, man mano si è operato un processo di spersonalizzazione, pasando ai gruppi, le masse, alle Assemblee, fino ad arrivare a quella che attualmente mi pare l’incarnazione più potente del Potere: la burocrazia soprattutto statale.

 

Ovviamente le forme precedenti non si sono dissolte, ma esse pur vivendo accanto o in subordine, sono attualmente le meno indicate storicamente ad assolvere la funzione di quella che sia lo storico Jacob Burckardt sia Hegel chiamavano sintesi in un individuo di un’epoca.

 

Ebbene se prima la sintesi avveniva in una persona, o gruppi di persone, ora tale sintesi si compie appieno nella impersonale ma micidiale macchina burocratica statale.

 

Essa ovviamente non agisce in modo automatico, ma attraverso la costante opera di un esercito di persone chiamate, per la loro appartenenza  a questa macchina,  burocrati.

 

Essi però non hanno un’autonomia rispetto alla macchina che fanno funzionare ma ne sono soltanto gli esecutori materiali, tanto poco autonomi rispetto all’apparato che fanno funzionare che ogni loro deviazione personalistica è subito cassata.

 

L’estrema rigidità formale che si richiede al burocrate è del tutto funzionale a quell’apparato burocratico, dal momento che esso pretende proprio l’impersonalità della sua azione per meglio agire.

 

La responsabilità è tipica espressione individuale che sottostà al giudizio critico, al contrario l’irresponsabilità vuole sottrarsi a quel giudizio per meglio esercitare la sua azione oppressiva.

 

Ma iniziamo la nostra analisi individuando quale sia il cuore del Potere.

 

La mia tesi è che per svelare questo cuore bisogna comprende appieno a cosa il Potere si oppone radicalmente e la fondamentale contrapposizione si ha verso l’eros inteso come unione inscindibile tra bios e pneuma, corpo e psiche, materia e spirito.

 

Il Potere è sempre un ‘principio’ che vive sotto il segno della scissione, della separazione.

 

Quando si esercita una forza che vuole dividere, scindere, separare, si esercita il Potere.

 

 

 

 

 

Ma ci si intenda: non è la separazione di cui parla Cristo quando dice di essere venuto a portare la spada non la pace, cioè quel tipo di separazione necessaria affinché si tolgano incrostazioni, legami negativi, impedimenti che immobilizzano, impediscono, ma si tratta della scissione di elementi costitutivi la ‘natura’ umana che proprio perché divisi, rendono l’uomo un nemico di se stesso.

 

Il tipo di separazione di cui parlava Cristo realizza l’uomo, il secondo, quello svolto dal potere, lo rende incapace, sterile, lo spinge a violentare la sua stessa umanità, e quella che percepisce nell’altro uomo.

 

Ciò che colpisce nell’azione del Potere è il suo agire passivizzando e passivizzandosi agendo.

 

Il Potere è sempre un subire, anche quando si esprime verso qualcuno.

 

La passività è l’impotenza non già di poter fare, perché semmai il potere sa svolgere azioni in modo perentorio, ma di potersi sviluppare nel nuovo, di creare forme nuove che a loro volta sanno creare forze creative che spingono verso il nuovo.

 

Il Potere non crea nulla, si sa solo legittimare (questa la sua unica ‘creatività’), nascondere, coprire con vari vestiti per giustificarsi e rendere la sua azione necessaria.

 

Il Potere non logora solo chi lo subisce, o chi non l’ha, ma anche chi lo detiene e lo esercita.

 

Una delle conseguenze più drammatiche di questa sua incapacità fondamentale di creare è data dal fatto che il potere distrugge ogni cosa, intorno a sé e dietro di sé lascia soltanto fumo, macerie, desolazione, morte, dolore, sofferenza, paura, terrore.

 

Tanto diviene insopportabile questa devastante distruzione, che qualsiasi altra cosa al confronto viene percepita come secondaria e sopportabile, come traspare da questo profondo apologo orientale:

 

‘Passando accanto al Monte Thai, Confucio incontrò una donna che piangeva accoratamente vicino a una tomba. 

Il Maestro affrettò il passo e le si avvicinò rapidamente; poi mandò Tze-Lu a interrogarla. 

‘Il tuo pianto’, diss’egli, è il pianto di chi ha sofferto dolori su dolori’. 

Ella rispose: ‘Proprio così, una volta il padre di mio marito fu ucciso qui da una tigre. Anche mio marito fu ucciso, e adesso mio figlio è perito nello stesso modo.’ 

Il Maestro chiese: ‘Perché non vai in un altro luogo?’

La risposta fu: ‘Qui non c’è un governo di oppressione.’ 

Allora disse il maestro: ‘Ricordatevi questo, figli miei: un governo d’oppressione è più terribile di una tigre.’ 

 

 

 

 

 

Il Potere però non realizza radicalmente questo vuoto, questa distruzione, perché al suo interno ha un’altra spinta formidabile: la sua conservazione.

 

Il Potere vuole in essenza distruggere, ma vuole anche conservarsi e spesso accade che riesca a distruggere perché vuole conservarsi e nel mentre si conserva distrugga.

 

Questo carattere conservativo ha impedito che si vedesse nel modo più nudo la natura del potere, scambiando tale desiderio fondamentale per razionalità.

 

La razionalità di questo carattere permanente in realtà ha aumentato la sua azione e l’ha resa necessaria, oggettiva, insita nelle cose stesse, inevitabile. 

 

Il Potere, servendosi delle fondamentali analisi svolte da Bachofen, ha due principi apparentemente opposti che si combattono, ma che discendono dagli elementi della natura umana che ha diviso: uno verticale, o maschile, l’altro orizzontale, o femminile.

 

Il Potere verticale maschile è legato allo spirito, alla legge, al cielo, alla morale imperativa, alla razionalità, all’ossequiosa obbedienza alla lettera, alla forma.

 

 

 

 

 

Il Potere orizzontale femminile si lega al sangue, alla terra, agli istinti sfrenati, all’irrazionalità.

 

Mentre il Potere verticale vuole soggiogare con violenza diretta e penetrativa, quello orizzontale vuole imbrigliare, contenere, immobilizzare, avviluppare.

 

 

 

 

Nell’apparente azione contrapposta, tutt’e due i poteri non permettono l’azione libera e creativa, il rinnovamento, la creazione di forme che sanno creare.

 

Infatti, il potere maschile è quello di una coscienza che si identifica totalmente con un io ipertrofico e nella sua illusoria arroganza autosufficiente, mentre il potere femminile si esprime in tutta la sua potenza inconscia, perciò ancor più pervasiva, risucchiante, assorbente.

 

Sono due poteri formidabili, simmetrici e complementari, due facce della stessa medaglia di Potere.

 

Il Potere, non sapendo creare, sa però trasformarsi e questo formidabile moto gli permette di non distruggersi pur distruggendo, di farsi conoscere per atterrire, pur nascondendosi per non farsi rilevare.

 

Come abbiamo detto, una volta trasformatosi, il potere ha necessità di legittimarsi per rendere la sua azione positiva e costante.

 

Ma qual è il sentimento che suscita il Potere quando si scarica su qualcuno? E questo sentimento ha un peso nel decidere della subordinazione?

 

Il Potere incute paura, questo è ormai pacifico, ma è pur vero che dà anche un senso di illusoria potenza sulla paura.

 

Quando si esercita su qualcuno, il Potere trasmette un chiaro messaggio ricattatorio: se ti opponi, ti distruggo, se sei arrendevole e ti fai soggiogare ti rendo capace di superare la paura della mia azione.

 

Insomma, il Potere prima crea un sentimento e poi si fa garante del suo superamento, da una parte determina un vuoto e dall’altra impone un pieno.

 

Del resto determinare un esercito di illusi di pienezza di potenza artificiale è il vero segreto del Potere.

 

 

 

 

 

In che misura sono degli illusi costoro?

 

La loro potenza dura finché dura il loro legame al potere che in qualsiasi momento, per motivi a esso funzionali, può decidere di recidere.

 

Infatti, la potenza data dal potere non è uno stato attivo, creativo, autonomo della persona soggiogata, ma è uno stato di vuoto artificialmente riempito per dare quell’illusione di pienezza.  

 

Si applica qui il mito delle Danaidi, le sei sorelle condannate nell’eternità degli inferi a riempire anfore senza fondo, solo che la condanna viene creduta una vittoria, e dà per questo un’effimera eccitazione.

 

In fondo trasformare una condanna in eccitante condizione è una prerogativa dell’uomo soggiogato dal potere che in questo modo viene a esso sempre più legato e non vede più la sua sciagurata condizione.

 

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Il Potere (seconda parte)

Ciò spiega in profondità quel noto proverbio dell’Italia meridionale che recita che comandare è meglio che fare l’amore.

 

Perdendosi in profondità la vera eccitazione data dall’amare, se ne acquista un’altra data dal Potere.

 

 

 

 

Tra le tante, vorrei anticipare un’obbiezione alla tesi che l’eros sia di natura opposta al Potere.

 

Si obietta: ‘ Ma cosa dire dei rapporti tra gli amanti in cui pur essendoci i sentimenti, la passione, si stabiliscono dinamiche di potere in cui uno è sopra e l’altro è sotto e in cui il ricatto di stare insieme, sopraffacendo l’altro a volte violentemente, è così evidente e purtroppo così numeroso statisticamente? Non è nella natura del sesso incatenare l’altro e soddisfare i suoi desideri a suo detrimento?

 

Per rispondere a queste obiezioni dirò sinteticamente che non si deve confondere la perversione sadica o masochistica con la naturale e sana soddisfazione sentimentale e sessuale degli amanti, operare una netta distinzione, che in questo caso non è di potere, ma di natura opposta, come quella operata nel Vangelo da Cristo, è imprescindibile se non si vuole finire in una notte oscura che non fa distinguere vacche nere.

 

Del resto è proprio la confusione concettuale una delle azioni migliori che sa operare il potere per legittimarsi e in questo bisogna essere molto accorti, per citare il passo evangelico, essere prudenti come serpenti pur conservando, senza quindi eliminare, il candore delle colombe.

 

Il Potere ha una funzione essenzialmente obnubilante, vuole annebbiare e confondere per potersi meglio esercitare, per questo non tollera la verità nata dal pensiero.

 

La verità è il suo più formidabile nemico, per questo è essenziale per il Potere che essa sia subito vestita.

 

La nudità della verità è una potente luce che abbaglia le azioni del Potere rivelandole senza maschere.

 

Il destino della verità è di essere subito assalita per essere camuffata e ciò è stato ben espresso dai versi di Trilussa:

 

 La verità

 

La Verità che stava in fonno ar pozzo

Una vorta strillò: – Correte, gente,

Chè l’acqua m’è arivata ar gargarozzo! –

La folla corse subbito

Co’ le corde e le scale: ma un Pretozzo

Trovò ch’era un affare sconveniente.

– Prima de falla uscì – dice – bisogna

Che je mettemo quarche cosa addosso

Perchè senza camicia è ‘na vergogna!

Coprimola un po’ tutti: io, come prete,

Je posso dà’ er treppizzi, ar resto poi

Ce penserete voi…

 

– M’assoccio volentieri a la proposta

– Disse un Ministro ch’approvò l’idea. –

Pe’ conto mio je cedo la livrea

Che Dio lo sa l’inchini che me costa;

Ma ormai solo la giacca

È l’abbito ch’attacca. –

 

Bastò la mossa; ognuno,

Chi più chi meno, je buttò una cosa

Pe’ vedè’ de coprilla un po’ per uno;

E er pozzo in un baleno se riempì:

Da la camicia bianca d’una sposa

A la corvatta rossa d’un tribbuno,

Da un fracche aristocratico a un cheppì.

 

Passata ‘na mezz’ora,

La Verità, che s’era già vestita,

S’arrampicò a la corda e sortì fôra:

Sortì fôra e cantò: – Fior de cicuta,

Ner modo che m’avete combinata

Purtroppo nun sarò riconosciuta!

 

 

 

 La verità deve essere sempre camuffata dal potere altrimenti potrebbe rivelarlo, la verità coperta con maschere perde la sua potenza e quindi è resa innocua nella sua potente capacità rivelatrice.

 

 

 

 

Il Potere non è mai sazio.

 

Una delle drammatiche conseguenze di questa insaziabilità è la tipica voracità di incorporare persone e cose che però non sono divorate per trovare una sorta di equilibrio omeostatico, ma per se stesse, senza altro fine che il divorare stesso.

 

Il mezzo più spettacolare usato, ma non il più importante, è senza dubbio quello della conquista, accaparrando così sempre nuovi territori e persone.

 

Ma, ribadiamolo, lo smodato desiderio di conquista non è una causa dell’azione del Potere, ma la conseguenza della sua avida e mai sazia voracità.

 

Questa ninfomania del Potere se esaminata con razionale buon senso sarebbe incomprensibile, spingendo a fronteggiare tali assurdità con riflessioni magari  in se stesse giuste e sagge ma non comprensive dell’intima natura del Potere.

 

Questo può essere ben visto riportando un celebre passo tratto dai Saggi di Michel de Montaigne:

 

Quando il re Pirro si accingeva a venire in Italia, Cinea, il suo saggio consigliere, volendo fargli sentire la vanità della sua ambizione, gli domandò:

– Ebbene, Sire, a che fine preparate questa grande impresa?

– Per impadronirmi dell’Italia – egli rispose subito.

– E poi – proseguì Cinea – fatto questo?

– Passerò – disse l’altro in Gallia e in Spagna.

– E dopo?

– Me ne andrò a sottomettere l’Africa; e infine, quando avrò assoggettato il mondo al mio potere, mi riposerò e vivrò contento e a mio agio.

– Per Dio, Sire – replicò allora Cinea- ditemi, da che cosa dipende che non siate fin d’ora in questa condizione, se lo volete? Perché non vi ponete, fin da questo momento, nella situazione a cui dite di aspirare, e non vi risparmiate tanta fatica e tanti rischi che volete frapporre tra voi e questo fine?

 

 

Il buon senso del consigliere Cinea gli impedisce di comprendere la natura diabolica del Potere che non può mai fermarsi, non potrà mai saziare la sua voracità, perché questa non ha un fine fuori di sé ma è fine a se stessa e il riposo auspicato da Ciro una volta conquistato tutto il mondo è solo una palese falsità perchè in contraddizione con l’azione stessa del Potere che muove alla conquista, vale a dire il Potere non si muove per raggiungere la quiete ma per la voluttà del movimento vorace stesso.

 

Il Potere non è quindi precario nella sua insaziabilità, ma è spinto da una forza interna governata non dal principio a base della vita stessa, sistole e diastole, espansione e contrazione, carica e scarica, tumescenza e detumescenza, ma dal vuoto assoluto che divora perennemente.

 

Ma il Potere è mosso da un altro nefasto sentimento: l’invidia per la bellezza.

 

L’azione del Potere come abbiamo detto determina divisione disarmonica, disordine aggressivo, vuoto perché tutto divora, in essenza il potere determina bruttezza.

 

Perciò il Potere che è facitore di bruttezza invidia la bellezza perché la odia profondamente e ne odia la capacità di saper creare e di rendere capace chi la riceve di poter a sua volta creare, ne odia l’azione riflettente contrariamente alla sua che sa soltanto ingoiare, incorporare, annichilire, azione simile a quello di un cosmico buco nero.

 

Il Potere è dominato da oscena voluttà quando vuole incatenare la bellezza, la vuole possedere incarnata nelle splendide forme femminili, ma da questo possedimento non vuole che si sviluppi nulla, anzi, vuole che la bellezza si degradi, si avvilisca, si privi del suo splendore.

 

Si può comprendere questo svilimento pensando a ciò che succede dei meravigliosi colori di una farfalla quando la si prende per le ali.

 

Quei colori si rovinano, la bellezza creata miracolosamente sull’armonia dei colori delle sue ali, si deturpa e si annulla.

 

Stessa cosa accade quando il potere vuole impossessarsi e dominare la bellezza: essa si annulla perché la sua armonia basata sulla libera creatività riflettente è distrutta.

 

 

 

 

 

Verità, Eros e Bellezza si intrecciano, fondono, e trasmettono un significato radicalmente opposto a quello del Potere.

 

Quando c’è il Potere non può esservi né verità né Eros né Bellezza e viceversa il Potere può essere sgominato solo dall’azione liberamente creativa e combinata della Verità, dell’Eros e della Bellezza.

 

 

 

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Il nuovo volto del potere: la burocrazia

 
 

In ogni epoca il Potere  ha avuto un suo volto.

 

Nell’antichità il volto del potere era quello delle ciclopiche piramidi egizie, degli eserciti di Ciro il grande, delle ordinate e formidabili legioni romane.

 

Nel medioevo il volto si alternava tra il trono dell’impero e quello di Pietro.

 

Nell’età moderna, le grandiose e potenti monarchie europee.

 

Nel Novecento, il volto è stato quello orrendo dei due totalitarismi nazista e comunista.

 

E oggi?

 

Oggi il volto del Potere è sicuramente quello della burocrazia, specie statale, ma, per le ripercussioni sul mercato, e quindi sulla stessa collettività, anche quella privata delle piccole, medie e grandi imprese, poi non ne parliamo delle imprese private sovvenzionate in qualche modo dallo Stato( parastato).

 

Indubbiamente è primaria la burocrazia statale tanto da esserne il calco, il paradigma per tutte le altre burocrazie private che agiscono nel pubblico, tanto che si potrebbe usare per analogia la dantesca ‘rosa mistica’ e affermare che tutte le burocrazie partecipano dell’azione statale centralizzata riflettendone in vario modo, a seconda dell’importanza, la luce.

 

Prima di iniziare l’analisi, una riflessione: spesso ho notato nei fatti umani un paradossale ma molto significativo meccanismo mentale: più è essenziale una cosa e più essa viene evasa.

 

E’ il classico ‘Chi tocca i fili muore’ e sicuramente pochissime persone toccano questo gigantesco brontosauro che ha nome burocrazia.

 

 

 

Certole persone se ne lamentano, di solito si affrontano i gironi infernali della burocrazia con animo irato misto a cupa rassegnazione, ma sul piano della protesta, magari organizzando oceaniche manifestazioni, nulla.

 

Ma quel che è peggio è che anche sul piano teorico, sistematico, dottrinario, pochissimo è stato scritto, anzi, a dirla tutta, proprio nulla.

 

Qualcosa si dice di interessante, ma affrontando altri argomenti, svolgendo analisi sul periodo nazista, comunista, ma un libro frutto di studi sistematici avente al centro il tema della burocrazia non è ancora stato scritto.

 

Poi c’è l’intervento di Max Weber svolto nel lontano 1909 ‘Sulla burocrazia‘, ebbene, utilizzando una sua tipica costruzione nello svolgimento delle analisi, direi che quel saggio ha cementato un ‘tipo ideale’ critico oltre il quale nessuno più ha osato andare.

 

Max Weber vede nella burocrazia una passaggio da una civiltà pre-moderna a una moderna che sa razionalizzare gli interventi per garantire l’efficienza produttiva al massimo possibile.

 

Certo, il rischio è quello di spoeticizzare il mondo, ‘disincantarlo’, ma è un rischio calcolato, nel suo impersonalismo la macchina burocratica è meno soggetta ai rischi della corruzione, segue automaticamente il principio di uguaglianza senza deviazioni dettate da fastidiose motivazioni soggettive, emotive, personalistiche perché si persegue un unico fine: ottimizzare la macchina amministrativa per un più razionale intervento sociale.

 

In tale analisi, vi sono tutti gli ingredienti, che se ben compresi, ci possono far capire il ruolo effettivo della burocrazia e il perché queste analisi weberiane non sono mai state messe profondamente in discussione.

 

 C’è nel concetto weberiano di ‘disincanto del mondo’ il segreto che svela il vero volto della burocrazia, e ciò si accompagna all’altro concetto che è quello di ‘razionalizzazione’.

 

 

 

 

La mia tesi al contrario vuole attaccare radicalmente la funzionalità di tali concetti, dimostrando che essi non solo non rendono in efficienza quello che dicono di volere, ma più profondamente che hanno come unico scopo quello di un controllo capillare delle persone e impedirne ogni possibile resistenza attraverso il suo procedere impersonale.

 

In realtà la razionalizzazione si esercita non per ottimizzare la macchina produttiva sociale, ma per rendere il controllo il più sottile possibile e nel travestimento razionale, quindi ‘positivo’, impedire la sua messa in discussione sia a livello concettuale, sia nel quotidiano e nell’azione sociale.

 

Ma procediamo con ordine.

 

Già Michel Foucault in una serie di lucide e brillanti analisi aveva richiamato l’attenzione su un cambio significativo dell’operare dell’oppressione politica nell’epoca moderna: non più attraverso un re, un tiranno, ma attraverso una rete capillare e impersonale in cui l’oppressione del potere poteva svolgersi in modo ‘scientifico’ e proprio per questo in modo più efficiente.

 

Certo, lo studioso francese centrava la sua attenzione sulle ‘istituzioni totali’, vale a dire quelle istituzioni, come il carcere, il manicomio, la scuola, l’ospedale, eccetera, che svolgevano una serie di indottrinamenti dall’interno della società, rendendo ancor più funzionale ed efficiente il controllo sociale.

 

 

Pur considerando di grande valore teorico le analisi dello studioso francese, includendo a integrazione l’istituzione primaria della famiglia con le classiche analisi di Wilhelm Reich, affermerei che oggi, specie in paesi come l’Italia, ma non solo, sia primaria l’azione della burocrazia per esercitare più efficacemente il controllo politico.

 

La cosa più evidente è data dal fatto che la burocrazia agisca indipendentemente da un potere specifico, che sia sopra di esso e che quando quest’ultimo dovesse terminare la sua corsa storica, la burocrazia ha davanti a sé ancora tutto l’avvenire.

 

Nella burocrazia si è avverato l’antico timore espresso in vari racconti di fantascienza del potere delle macchine sull’uomo.

 

Solo che la macchina burocratica paradossalmente richiede il lavoro dell’uomo stesso per far funzionare il suo motore, e lo richiede attraverso una categoria di persone che andremo ad esaminare e che sono i burocrati. 

 

 

Mai come nell’analisi del burocrate vi è da premettere che esso è solo una figura paradigmatica, un tipo ideale (per usare il termine reso celebre da Max Weber) e che quindi non vi è nulla di colpevolizzante nelle persone che lo dovessero svolgere, ma solo rendere esplicito un ruolo cui gli stessi burocrati concreti tendono inconsapevolmente.

 

Il burocrate non ha nulla di personale nelle sue azioni all’interno della macchina burocratica ma agisce per pura osservanza al suo apparato che paradossalmente, in quel mondo grigio e freddo, ne diviene l’unica persona.

 

L’azzeramento della concezione personalistica è un criterio funzionale per rendere efficiente il sistema che non deve essere frenato da nessun sentimento, da nessuna emozione.

 

A questo congelamento emozionale, il burocrate si adegua perfettamente e si spersonalizza a tal punto che giustamente è stato definito soltanto un ‘passacarte’.

 

Solo che accade qualcosa di apparentemente paradossale: il passacarte, tanto è impersonale nella sua azione, tanto partecipa di un apparato oggettivo, tanto più si corrompe in azioni di soggettive appropriazioni indebite, ma non solo, lo stesso sistema creato per essere freddamente e asetticamente oggettivo, si corrompe in azioni particolaristiche a vantaggio di questo o quel dato organismo di potere.

 

Per spiegare il paradosso ci sarebbe una spiegazione semplicissima, quasi ovvia nella sua banalità: la burocrazia freddamente oggettiva patisce, come tutti i sistemi super programmati, proprio della debolezza umana che crea uno scarto tra ciò che si deve e ciò che si può.

 

Insomma è la debolezza del burocrate che apre una falla in un sistema che altrimenti sarebbe stato perfetto.

 

Quando la corruzione dilaga è sempre a causa di tutte le piccinerie, le meschinità, le avidità, del burocrate che non sa essere in sintonia con il suo apparato burocratico.

 

Tale spiegazione però va solo a fotografare un fatto che capovolge in modo superficiale la realtà, infatti fa diventare la conseguenza causa del fenomeno, vale a dire non è la debolezza del burocrate la causa della corruzione del sistema burocratizzato, ma è il sistema fortemente burocratizzato che determina corruzione perché pone il burocrate in una posizione di tale delirio di potere che lo rende ‘debole’.

 

Si può benissimo adattare all’apparato burocratizzato il monito che Tacito, il celebre storico dell’antichità,  rivolgeva a quelle repubbliche che proprio perché hanno tante leggi sono pessime.

 

Quando un sistema si irrigidisce in modo esasperato, accentrando su di sé ogni cosa, si corrompe, come si corrompe chi lo gestisce.

 

In questo senso la corruzione non è quindi un incidente di percorso del sistema ma l’intimo cuore del sistema stesso.

 

Il burocrate diventa allora un torquemada che tiranneggia gli altri ma in modo delirante cerca di ricavarne il maggior utile che il sistema gli può mettere a disposizione.

 

 

Ogni sistema burocratizzato si autogiustifica con l’argomento che serve per razionalizzare la produttività, cercando di generare nella collettività la convinzione che comunque la sua opera è necessaria e che le possibili falle sono in fin dei conti poca cosa in confronto all’utile collettivo.

 

Solo che tale argomento poi, concretamente, fa a pugni con una attenta verifica sui costi della burocrazia che fa impallidire ogni argomento dell’utile collettivo.

 

Secondo uno studio recente della Presidenza del Consiglio, ogni anno le imprese italiane spendono 23 miliardi di euro per espletare gli obblighi previsti dalla legge in materia di lavoro, di ambiente, di fisco, di privacy, di sicurezza sul lavoro, di prevenzione incendi,  di appalti e di tutela del paesaggio.

 

Tale mostruosa cifra è la testimonianza più evidente che la sbandierata ‘utilità sociale’ della burocrazia è solo un mito, ma serve per mantenere intatto l’apparato da possibili contestazioni.

 

Tutto ciò è drammatico, soprattutto se si pensa che continuamente tante persone lottano strenuamente anche a rischio della vita per rendere un Paese veramente democratico e liberale e se si pensa che ogni concreta possibilità di riforma liberale viene poi completamente triturata da questo spaventoso apparato burocratico.

 

Da oggi in poi ogni vero e fattibile progresso psicosociale, per non vedersi vanificare l’azione,  si dovrà porre il compito di come affrontare l’enorme ostacolo della burocrazia e ai modi come risolverla.

 

 

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Gesù di Nazaret: o Dio o Mammona

 

 

Gesù è ancora uno scandalo per l’umanità e la cosa è paradossale per chi come lui ha detto guai a chi procura scandali!

 

Mai nella storia umana, Occidentale e Orientale, un uomo aveva sostenuto che  davanti a Dio non vi era gerarchia di potere, che il più umile degli uomini poteva essere il più ricco spiritualmente.

 

Ma tra le tante perle di saggezza da lui pronunciate, mi piace sottolineare la sua recisa contrapposizione tra ‘Dio e mammona’, che tradotto in termini laici e moderni potremmo dire tra l’amore e il potere.

 

Per Gesù non vi è possibilità dialettica, accordo o compromesso: o l’uno o l’altro.

 

Chi sceglie il potere si condanna per sempre, mentre chi sceglie l’amore avrà salva la sua vita.

 

Tale radicale verità è stata quasi del tutto sepoltà nella melassa dell’ipocrisia, nella perversione della violenza, nella ‘razionalità’ burocratizzata dell’accettazione rassegnata dell’ordine esistente.

 

Eppure Gesù stesso ha subito gli attacchi delle lusinghe del potere.

 

Il diavolo prova a possederne lo spirito promettendogli in cambio il dominio sul mondo, il potere appunto, ma Gesù respinge la forte seduzione maligna e indirizzerà la sua esistenza verso l’affermazione totale dell’amore.

 

Ma la sua scelta profonda sarà caratterizzata dal dramma, per l’ostilità, per l’odio di quegli uomini che hanno ‘impastato’ la loro vita nel compromesso, nella violenza, nella paura, nella falsità.

 

Per tali persone un Cristo non deve esistere, è un affronto insostenibile alla loro condizione di servi di Mammona.

 

Egli deve morire e solo così può placarsi la loro sete di ingiustizia.

 

Ma Gesù ci ricorda, pur se seppellito dall’indifferenza, pur se sommerso da rivoli terribili di sangue di dolore, pur se trafitto da chiodi e spine di ingiurie e sarcastiche e oscene risate che l’amore non può essere accroccato, liofilizzato, invertito perversamente nel suo contrario, ma che richiede coraggio profondo dell’animo e incuranza di ricevere tormenti attraverso il corpo.

 

Del resto Gesù stesso ha detto una paradossale verità che alla luce di quanto abbiamo detto acquista più chiarezza: chi vuole salvare la sua vita per paura e debolezza, la perde, ma chi la perde per causa dell’amore la ritroverà intatta e totalmente nell’amore stesso.  

 

 


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Ulteriore approfondimento sulla comicità di Stanlio e Ollio

 

 

Leggendo un’intervista di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, mi hanno colpito alcune parole di Franco Franchi che definisce la comicità di Stanlio e Ollio senza tempo, che confrontandola con il pur geniale Charlot, non ti trascina in uno spazio e un tempo ben precisi, non ti incatena a una critica politica e sociale, non ti fa patteggiare per questo o per quello, ma ti trasporta in un mondo di pura idealità, in un mondo di sogno, un mondo che non ti fa stupire se una casa crolla o un pianoforte si rompe, un mondo del tutto pacificato. 

Queste geniali osservazioni fatte dal tanto bistrattato, dalla critica ufficiale,  comico siciliano, mi sono parse così profonde che mi hanno dato lo sprone per un secondo articolo su Stanlio e Ollio in cui cercherò di analizzarne gli aspetti comici da un punto di vista psicologico. 

In tutte le comiche di Stanlio e Ollio la cosa sorprendente è il capovolgimento delle caratteristiche reali dei due comici, infatti Stan Laurel era sicuramente più razionale di Oliver Hardy, era lui a preparare le gag, sceneggiarle, montarle in modo preciso, e Oliver si affidava al suo compagno come un bambino si affida alla madre. Chiunque gli chiedesse qualcosa, lui rispondeva subito di rivolgersi a Stan, perché qualsiasi cosa diceva o faceva per lui andava bene. 

Questo atteggiamento di bambino, Oliver lo accentuava pure col soprannome che volentieri accettò per tutta la vita, ‘babe’, pupo, e mentre Stan preparava meticolosamente le scene comiche che poi avrebbero recitato nei cortometraggi e nei lungometraggi, Oliver tra una pausa e l’altra non vedeva l’ora di andare a giocare a golf o alle corse dei cavalli. 

Insomma, si delineava in modo chiaro una coppia in cui una parte era attiva e l’altra si affidava a questa completamente. 

La loro amicizia per lungo tempo era in realtà tutta riversata nei loro film, nella vita reale si frequentavano poco, ognuno aveva la propria vita, soprattutto Stan che inseguiva  i suoi innumerevoli e tormentati rapporti matrimoniali, ben otto, di cui tre ripetuti con la stessa donna. 

Questa irrequietezza però Stan seppe sublimarla completamente nella sua vita artistica con Oliver, in cui, nonostante sia così difficile crederlo per chi si accinge a un’analisi psicoanalitica, non vi è traccia omosessuale non risolta, come già acutamente sottolineava un po’ di anni fa il maggior ritrattista italiano dei due comici, Giancarlo Governi. 

Mai si avverte nel loro sodalizio artistico, nelle scene di lotta, di slancio affettivo, di piccole vendette reciproche, una tensione sessuale non consapevolizzata, un’attrazione magari travestita, spostata, e anche in alcune celebri scene in cui Stan si traveste da donna, o ambedue lo fanno, mai si ha l’impressione che inconsciamente si esprima una pulsione omosessuale.  

Vi è un celebre e divertentissimo film, del 1933, Twice Two, Anniversario di nozze,  in cui Stan e Oliver hanno due sorelle gemelle,  mogli l’una dell’altro, insomma incrociati, e anche in quelle scene mai si delinea ambiguità sessuale. 

Stan esprimeva il bambino, il fanciullo, attraverso Oliver, bistrattandone l’atteggiamento da adulto sapientone, distruggendo tutte quelle pose di superiorità dalla ‘bambinità’,  distruggendo tutti gli oggetti, gli ambienti, facendolo cadere, volare, rovesciandogli addosso torte, farina, calce, panche, sedie, insomma ogni cosa che potesse svuotarlo da quella sua superiorità fittizia. 

Noi non avvertiamo mai violenza, cattiveria in questo, al contrario questa distruzione sprigiona comicità, allegria, perché è come una terapeutica spoliazione di tutte le incrostazioni che impediscono alla purezza dell’animo infantile di potersi esprimere. 

Ollio spesso, quando Stanlio lo ‘bistratta’, guarda in camera, cosa rivoluzionaria per un attore per quei tempi ma per tutti i tempi, quasi a voler cercare una comprensione dello spettatore, una sua complicità, per quello che Stanlio gli sta facendo, solo che mai nessun spettatore ha sentito questo sguardo come un compatimento per Ollio, perché nella dinamica inconscia avverte che lo rende puro come un bambino e perciò lo pacifica, lo immerge in una dimensione di eterna beatitudine. 

L’amicizia tra Stanlio e Ollio spesso è ostacolata da mogli virago, donne terribili che tentano in tutti i modi di separare quella loro purezza, non riuscendovi, anche se il contrasto è spesso incisivo, profondo, conflittuale. 

Vi è un film, del 1932, Helpmates, Tutto in ordine,  in cui Ollio dopo aver fatto i bagordi durante l’assenza della moglie è costretto a chiamare Stanlio per rimettere tutto in ordine la casa. 

Significativamente la casa verrà distrutta in un crescendo di situazioni comiche, come un climax, e Ollio alla fine resta solo nella sua nudità, quasi a voler simboleggiare il totale fallimento di finzione verso la sua moglie virago, arpia, apparentemente senza difese, ma in realtà con l’azione maieutica di Stanlio che lo ha spogliato dei suoi travestimenti sociali, ma soprattutto psicologici. 

Più che una rappresentazione di un nuovo modello femminile forte che emergeva in quegli anni nella società americana, vi è nei loro film i cui appaiono donne, un chiaro intento di dare espressione artistica alla lotta inconscia contro una madre castrativa che vorrebbe distruggere l’incanto eterno dell’infanzia, la sua gioiosa vitalità. 

Che non si tratti di misoginia, un’avversione per le donne di stampo maschilista, è dimostrato dal fatto che in svariati film Stanlio e Ollio, pur se maldestramente, per suscitare l’ovvia comicità delle situazioni, aiutano in modo sostanziale belle e ingenue fanciulle a coronare i loro sogni d’amore scampando dalle mani di bruti e rozzi omaccioni che le vorrebbero avere a tutti i costi. 

Vi è solo un film celebre, Beau hunks – Beatu chumps, I due legionari – Gli allegri legionari, del 1931, a cui, visto il successo seguirà idealmente nel 1933 Sons of the desert, I figli del deserto, dove una certa misoginia si esprimerà nella gag della stessa donna che tradisce tutti gli uomini del film, Ollio per prima, costringendoli, per dimenticarla e alleviare il loro dolore, ad arruolarsi nella Legione straniera. Solo che la situazione che ne nasce è così genialmente divertente che l’iniziale attacco verso la donna è in realtà l’attacco soltanto verso quella donna, vale a dire una donna bella ma crudele, tanto perfida che sa portare alla perdizione ogni uomo. Significativo è però che l’unico a non esserne stato stregato è proprio Stanlio, che è sì, l’archetipo dell’ingenuità, ma non come sinonimo di allocco, di sprovveduto, ma ingenuità come candore infantile positivo. 

Altro film significativo, del 1930, Brats, I monelli,  è quello in cui vi sono due figli di Stanlio e Ollio che in realtà sono loro stessi rimpiccioliti o meglio, tutti gli oggetti intorno a loro sono ingranditi tanto da sembrare piccoli, bambini. 

Anche qui è evidente il significato inconscio di un non estendere se stesso fuori di sé, con figli reali e autonomi, ma come un ritornare e tuffarsi in sé per cogliere e alimentare il proprio stupore infantile, infatti i ‘figli’ di Stanlio e Ollio, ancor più se stessi infanti, ripetono le stesse azioni terapeutiche di purificazione, suscitando, se è possibile, maggior tenerezza e incanto. 

Verso la fine dei loro anni, quello che avveniva quasi esclusivamente nei lori film, nell’azione catartica artistica, Stanlio e Ollio l’hanno vissuta nella vita reale, soccorrendosi a vicenda nei ripetuti crolli di salute ora di Stanlio, ora di Ollio, e una certa struggente commozione suscita quel loro vincolo di amicizia totale. 

Alla morte di Ollio, Stanlio non può partecipare al suo funerale perché impossibilitato dalla sua malattia e a chi gliene domanda il motivo lui risponde che Babe (Ollio) avrebbe capito. 

E’ proprio questa profonda comprensione reciproca che colpisce come una folgorazione facendo proiettare la loro figura di comici in una dimensione eterna di allegria e gioia. 

Per quanto riguarda la qualità artistica degli ultimi film,  se li si  guarda attentamente sicuramente ci si accorge di un brusco salto qualitativo, in negativo, dal 1941 in poi.  

Ora sarebbe interessante chiedersene il motivo, ma una cosa è certa, i due comici non hanno più quella freschezza, quella genialità, quella eternità giocosa iniziata nel lontano 1921 con i cortometraggi muti e proseguito con una clamorosa creatività artistica fino appunto al 1940. L’ultimo loro grande film è Saps at sea, ‘C’era una volta un piccolo naviglio’, il resto dei loro film è veramente scadente ad iniziare da ‘Ciao amici, 1941; Sim salà bim, 1942; L’albero in provetta, 1942, Il nemico ci ascolta, 1943, Gli allegri imbroglioni, 1943, Maestri di ballo, 1943, Il grande botto, 1944, Sempre nei guai, 1944, I toreador, 1945, fino ad arrivare all’ultimo film, veramente imbarazzante, una coproduzione italo-francese, Atollo K, 1951.  

Stanlio e Ollio non erano più l’eterno che è in noi: a vederli in qualche scena si può anche sorridere, qua e là, ma niente più. 

 Lo stesso Stan Laurel, rendendosi conto della cosa, disse molto pragmaticamente che un comico può durare circa quindici anni, poi viene meno la sua vis comica.  

Ora a parte l’affermazione sicuramente soggettiva, la durata non può essere certo quantificata con tale esattezza, sicuramente era la consapevolezza che l’incanto si era rotto, anche se restava in alcuni gesti, espressioni, modi di dire, eccetera.  

C’è un bellissimo documento visivo del 1961, Ollio era morto già da quattro anni, e Stanlio sarebbe morto dopo tre anni, in cui Laurel, in una scena muta, comincia a giocare con due burattini con sembianze di Stanlio e Ollio e poi guardando la statuetta dell’oscar alla carriera, che bontà loro gli diedero in quei mesi, sorride con l’ingenuità tipica espressa nei film.  

Quel sorriso, quella tipica ingenuità infantile, sa suscitare una struggente nostalgia, tanto da venirne sopraffatti totalmente e una infinita tenerezza ti stringe il cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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