comunicazione e cultura di Sergio Rizzitiello
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Ulteriore approfondimento sulla comicità di Stanlio e Ollio

Inviato il Jan. 21, 2012 alle 11:45

 

 

Leggendo un'intervista di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, mi hanno colpito alcune parole di Franco Franchi che definisce la comicità di Stanlio e Ollio senza tempo, che confrontandola con il pur geniale Charlot, non ti trascina in uno spazio e un tempo ben precisi, non ti incatena a una critica politica e sociale, non ti fa patteggiare per questo o per quello, ma ti trasporta in un mondo di pura idealità, in un mondo di sogno, un mondo che non ti fa stupire se una casa crolla o un pianoforte si rompe, un mondo del tutto pacificato. 

Queste geniali osservazioni fatte dal tanto bistrattato, dalla critica ufficiale,  comico siciliano, mi sono parse così profonde che mi hanno dato lo sprone per un secondo articolo su Stanlio e Ollio in cui cercherò di analizzarne gli aspetti comici da un punto di vista psicologico. 

In tutte le comiche di Stanlio e Ollio la cosa sorprendente è il capovolgimento delle caratteristiche reali dei due comici, infatti Stan Laurel era sicuramente più razionale di Oliver Hardy, era lui a preparare le gag, sceneggiarle, montarle in modo preciso, e Oliver si affidava al suo compagno come un bambino si affida alla madre. Chiunque gli chiedesse qualcosa, lui rispondeva subito di rivolgersi a Stan, perché qualsiasi cosa diceva o faceva per lui andava bene. 

Questo atteggiamento di bambino, Oliver lo accentuava pure col soprannome che volentieri accettò per tutta la vita, "babe", pupo, e mentre Stan preparava meticolosamente le scene comiche che poi avrebbero recitato nei cortometraggi e nei lungometraggi, Oliver tra una pausa e l'altra non vedeva l'ora di andare a giocare a golf o alle corse dei cavalli. 

Insomma, si delineava in modo chiaro una coppia in cui una parte era attiva e l'altra si affidava a questa completamente. 

La loro amicizia per lungo tempo era in realtà tutta riversata nei loro film, nella vita reale si frequentavano poco, ognuno aveva la propria vita, soprattutto Stan che inseguiva  i suoi innumerevoli e tormentati rapporti matrimoniali, ben otto, di cui tre ripetuti con la stessa donna. 

Questa irrequietezza però Stan seppe sublimarla completamente nella sua vita artistica con Oliver, in cui, nonostante sia così difficile crederlo per chi si accinge a un'analisi psicoanalitica, non vi è traccia omosessuale non risolta, come già acutamente sottolineava un po' di anni fa il maggior ritrattista italiano dei due comici, Giancarlo Governi. 

Mai si avverte nel loro sodalizio artistico, nelle scene di lotta, di slancio affettivo, di piccole vendette reciproche, una tensione sessuale non consapevolizzata, un'attrazione magari travestita, spostata, e anche in alcune celebri scene in cui Stan si traveste da donna, o ambedue lo fanno, mai si ha l'impressione che inconsciamente si esprima una pulsione omosessuale.  

Vi è un celebre e divertentissimo film, del 1933, Twice Two, Anniversario di nozze,  in cui Stan e Oliver hanno due sorelle gemelle,  mogli l'una dell'altro, insomma incrociati, e anche in quelle scene mai si delinea ambiguità sessuale. 

Stan esprimeva il bambino, il fanciullo, attraverso Oliver, bistrattandone l'atteggiamento da adulto sapientone, distruggendo tutte quelle pose di superiorità dalla "bambinità",  distruggendo tutti gli oggetti, gli ambienti, facendolo cadere, volare, rovesciandogli addosso torte, farina, calce, panche, sedie, insomma ogni cosa che potesse svuotarlo da quella sua superiorità fittizia. 

Noi non avvertiamo mai violenza, cattiveria in questo, al contrario questa distruzione sprigiona comicità, allegria, perché è come una terapeutica spoliazione di tutte le incrostazioni che impediscono alla purezza dell'animo infantile di potersi esprimere. 

Ollio spesso, quando Stanlio lo "bistratta", guarda in camera, cosa rivoluzionaria per un attore per quei tempi ma per tutti i tempi, quasi a voler cercare una comprensione dello spettatore, una sua complicità, per quello che Stanlio gli sta facendo, solo che mai nessun spettatore ha sentito questo sguardo come un compatimento per Ollio, perché nella dinamica inconscia avverte che lo rende puro come un bambino e perciò lo pacifica, lo immerge in una dimensione di eterna beatitudine. 

L'amicizia tra Stanlio e Ollio spesso è ostacolata da mogli virago, donne terribili che tentano in tutti i modi di separare quella loro purezza, non riuscendovi, anche se il contrasto è spesso incisivo, profondo, conflittuale. 

Vi è un film, del 1932, Helpmates, Tutto in ordine,  in cui Ollio dopo aver fatto i bagordi durante l'assenza della moglie è costretto a chiamare Stanlio per rimettere tutto in ordine la casa. 

Significativamente la casa verrà distrutta in un crescendo di situazioni comiche, come un climax, e Ollio alla fine resta solo nella sua nudità, quasi a voler simboleggiare il totale fallimento di finzione verso la sua moglie virago, arpia, apparentemente senza difese, ma in realtà con l'azione maieutica di Stanlio che lo ha spogliato dei suoi travestimenti sociali, ma soprattutto psicologici. 

Più che una rappresentazione di un nuovo modello femminile forte che emergeva in quegli anni nella società americana, vi è nei loro film i cui appaiono donne, un chiaro intento di dare espressione artistica alla lotta inconscia contro una madre castrativa che vorrebbe distruggere l'incanto eterno dell'infanzia, la sua gioiosa vitalità. 

Che non si tratti di misoginia, un'avversione per le donne di stampo maschilista, è dimostrato dal fatto che in svariati film Stanlio e Ollio, pur se maldestramente, per suscitare l'ovvia comicità delle situazioni, aiutano in modo sostanziale belle e ingenue fanciulle a coronare il loro sogni d'amore scampando dalle mani di bruti e rozzi omaccioni che le vorrebbero a tutti i costi. 

Vi è solo un film celebre, Beau hunks - Beatu chumps, I due legionari - Gli allegri legionari, del 1931, a cui, visto il successo seguirà idealmente nel 1933 Sons of the desert, I figli del deserto, dove una certa misoginia si esprimerà nella gag della stessa donna che tradisce tutti gli uomini del film, Ollio per prima, costringendoli, per dimenticarla e alleviare il loro dolore, ad arruolarsi nella Legione straniera. Solo che la situazione che ne nasce è così genialmente divertente che l'iniziale attacco verso la donna è in realtà l'attacco soltanto verso quella donna, vale a dire una donna bella ma crudele, tanto perfida che sa portare alla perdizione ogni uomo. Significativo è però che l'unico a non esserne stato stregato è proprio Stanlio, che è sì, l'archetipo dell'ingenuità, ma non come sinonimo di allocco, di sprovveduto, ma ingenuità come candore infantile positivo. 

Altro film significativo, del 1930, Brats, I monelli,  è quello in cui vi sono due figli di Stanlio e Ollio che in realtà sono loro stessi rimpiccioliti o meglio, tutti gli oggetti intorno a loro sono ingranditi tanto da sembrare piccoli, bambini. 

Anche qui è evidente il significato inconscio di un non estendere se stesso fuori di sé, con figli reali e autonomi, ma come un ritornare e tuffarsi in sé per cogliere e alimentare il proprio stupore infantile, infatti i "figli" di Stanlio e Ollio, ancor più se stessi infanti, ripetono le stesse azioni terapeutiche di purificazione, suscitando, se è possibile, maggior tenerezza e incanto. 

Verso la fine dei loro anni, quello che avveniva quasi esclusivamente nei lori film, nell'azione catartica artistica, Stanlio e Ollio l'hanno vissuta nella vita reale, soccorrendosi a vicenda nei ripetuti crolli di salute ora di Stanlio, ora di Ollio, e una certa struggente commozione suscita quel loro vincolo di amicizia totale. 

Alla morte di Ollio, Stanlio non può partecipare al suo funerale perché impossibilitato dalla sua malattia e a chi gliene domanda il motivo lui risponde che Babe (Ollio) avrebbe capito. 

E' proprio questa profonda comprensione reciproca che colpisce come una folgorazione facendo proiettare la loro figura di comici in una dimensione eterna di allegria e gioia. 

Per quanto riguarda la qualità artistica degli ultimi film,  se li si  guarda attentamente sicuramente ci si accorge di un brusco salto qualitativo, in negativo, dal 1941 in poi.  

Ora sarebbe interessante chiedersene il motivo, ma una cosa è certa, i due comici non hanno più quella freschezza, quella genialità, quella eternità giocosa iniziata nel lontano 1921 con i cortometraggi muti e proseguito con una clamorosa creatività artistica fino appunto al 1940. L'ultimo loro grande film è Saps at sea, "C'era una volta un piccolo naviglio", il resto dei loro film è veramente scadente ad iniziare da "Ciao amici, 1941; Sim salà bim, 1942; L'albero in provetta, 1942, Il nemico ci ascolta, 1943, Gli allegri imbroglioni, 1943, Maestri di ballo, 1943, Il grande botto, 1944, Sempre nei guai, 1944, I toreador, 1945, fino ad arrivare all'ultimo film, veramente imbarazzante, una coproduzione italo-francese, Atollo K, 1951.  

Stanlio e Ollio non erano più l'eterno che è in noi: a vederli in qualche scena si può anche sorridere, qua e là, ma niente più. 

 Lo stesso Stan Laurel, rendendosi conto della cosa, disse molto pragmaticamente che un comico può durare circa quindici anni, poi viene meno la sua vis comica.  

Ora a parte l'affermazione sicuramente soggettiva, la durata non può essere certo quantificata con tale esattezza, sicuramente era la consapevolezza che l'incanto si era rotto, anche se restava in alcuni gesti, espressioni, modi di dire, eccetera.  

C'è un bellissimo documento visivo del 1961, Ollio era morto già da quattro anni, e Stanlio sarebbe morto dopo tre anni, in cui Laurel, in una scena muta, comincia a giocare con due burattini con sembianze di Stanlio e Ollio e poi guardando la statuetta dell'oscar alla carriera, che bontà loro gli diedero in quei mesi, sorride con l'ingenuità tipica espressa nei film.  

Quel sorriso, quella tipica ingenuità infantile, sa suscitare una struggente nostalgia, tanto da venirne sopraffatti totalmente e una infinita tenerezza ti stringe il cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ridere...ridere...ridere: Stanlio e Ollio e la lotta contro la complessità

Inviato il Jan. 9, 2012 alle 01:25

Ebbene, sì, lo ammetto, provo un infinito amore per Stan Laurel e Oliver Hardy, in arte Stanlio e Ollio.

 

Questo amore l'ho provato fin da bambino, accompagnandomi in vario modo per tutti questi anni.

 

Di fronte al genio vi è sempre una profonda gratitudine perché non solo ci indica le mille catene che ci inquinano l'animo, ma sa, quando la sua azione penetra in noi in profondità, renderci liberi.

 

Nel caso di Stanlio e Ollio siamo ancor più fortunati: i geni sono due.

 

Di solito di fronte all'arte di far ridere, perché è una vera e propria arte, i cipigliosi critici, e una parte di pubblico, piccola, ha un atteggiamento svalutativo, come se far ridere fosse qualcosa in sé e per sé squalificante, disonorevole.

 

Questo si spiega benissimo col ruolo da super-io che di solito la critica svolge, volendo per questo solleticare  la parte più repressa dei suoi lettori, più ostile alle emozioni.

 

Non tutte le emozioni però si vogliono colpire, non tutte almeno allo stesso modo, di fatto si vuol creare una gerarchia in cui all'ultimo posto vengono messe proprio le emozioni dell'allegria, della contentezza, insomma del ridere.

 

Se però da una parte i critici cipigliosi, rappresentanti in carne e ossa del super-io, vogliono colpire l'arte del ridere perché dà allegria e contentezza, dall'altra il grande pubblico, rappresentanti delle forze vitali dell'uomo, glorificano chi sa far ridere, decretandone di solito un clamoroso successo.

 

Tale ambivalenza può essere vista molto bene in alcuni celebri proverbi.

 

" Il riso abbonda nella bocca degli stolti" e "Il riso fa buon sangue" e anche "Gente allegra Dio l'aiuta".

 

Tale ambivalenza spiega molto bene quello che accade al comico che sa far ridere: successo e mortificazione, popolarità e delusione.

 

La storia dei grandi artisti della risata purtroppo evidenzia quasi sempre, se non sempre, tale schema, e a volte è accaduto, accade e accadrà, che per sottrarsi allo snobismo dei critici repressi e repressivi essi facciano quello che non dovevano, devono, dovrebbero mai fre: assecondarli.

 

Ciò equivale, come ben si può immagine, alla mortificazione della loro arte, a un deliberato  incoscio masochismo atto a snaturarne la frechezza, la vitalità, lo slancio, l'entusiasmo.

 

Ma ritorniamo a Stanlio e Ollio.

 

I due grandi, grandissimi comici hanno creato, tramite la loro giovialità comica,  il calco, il paradigma di quella che potremmo chiamare l'integrazione sintetica della vita  svolta a coppia.

 

Dopo di loro tutti i tentativi di comicità, tranne pochissime eccezioni, si son basate su un duo comico e anche alcuni celebri solisti della comicità hano avuto bisogno, per esprimersi al meglio, di un compagno, di una spalla, comunque di un contraltare.

 

Per chi conosce le fondamentali leggi psicologiche di Carl Gustav Jung, si adaterebbe meglio il concetto che Stanlio e Ollio siano essi stessi stati creati dalle esigenze di sintesi, di integrazione della psiche umana, integrazione che "pretende" la complementarità degli opposti per risolverli in una totalità, in una unità sostanziale.

 

Però faremmo grave torto se ponessimo questo processo profondo di sintesi in una sorta di passivo subire dinamismi inconsci, anzi più essi sono accolti, diretti, "manipolati", tanto più sono creativi e si sanno esprimere con potenza, con forza, con positività.

 

Stanlio e Ollio hanno saputo esprimere tecnicamente, gestualmente, espressivamente, caratterialmente, la vitalità dell'incanto infantile, incanto che per questo più sa colpire i bambini, e i bambini che sono in ognuno di noi.

 

Le loro gag, così semplici, così disarmanti da sembrare sceneggiate da un neonato, hanno il potere di penetrare così in profondità che ci si stupisce per l'incidenza della loro azione, tanto profonda che ci si sente scemi, "stupìdi" per usare una tipica espressione di Alberto Sordi, doppiatore di Ollio.

 

Ma la stupidità, che ognuno vorrebbe fosse dell'altro, come del resto Ollio pensa sia di Stanlio, e che Stanlio rimanda con forza comica travolgente in Ollio, su Ollio, è in realtà l'ingenuità del disincanto infantile che sa farsi beffe di tutte le sovrastruture repressive della realtà esterna e interna.

 

Se si va ad analizzare il tema costante di tutti i cortometraggi e lungometraggi dei due grandissimi comici, tra gli svariati temi, uno è costante: la lotta contro la complessità.

 

La complessità non è da intendersi come sinonimo di maggior profondità, come più ricca acquisizione di sapere e di conoscenza, ma come il voler confondere, creare una rigida impalcatura per imprigionare l'animo umano.

 

La comicità sprigionata da Stanlio e Ollio rende semplici e perciò rende liberi.

 

In un documento video degli ultimi anni di Stanlio e Ollio, del 1956, un anno prima della morte di Ollio, e nove anni prima di quella di Stanlio, se oltrepassiamo la tristezza che suscitano i loro corpi ammalati e invecchiati, cogliamo ancora, seppur cristallizzati, i loro fondamentai gesti, il saluto di Ollio con le dita della mano e il movimento della cravatta e il sorriso ingenuo di Stanlio.

 

Questi simbolici gesti arrivano dritti al cuore.


Alcune considerazioni psicologiche su Kant e la sua filosofia politica

Inviato il Jan. 4, 2012 alle 01:55

 

 

 

La schiavitù della ragione: Immanuel Kant

 

L'argomento che vorrei trattare riguarda la psicologia del profondo, però investe così tanti problemi, si estende a così tanti domini della realtà umana, che per esemplificare al meglio il discorso ho preso ad esempio il rappresentante più celebrato, sia detto senza ironia, del razionalismo illuministico, giudicato unanimemente il filosofo che meglio ha saputo condensare le nuove esigenze moderne anticipandone principi che ancora oggi in vari ambiti sono del tutto attuali.

Il filosofo è Immanuel Kant che il suo genio ha posto a cavallo tra due epoche storiche: l'una rappresentandola in pieno (l'Illuminismo), l'altra anticipandola, prefigurandone le direttrici essenziali (il Romanticismo).

Chi meglio di lui quindi potrebbe essere un insospettabile nell'affrontare la tematica della nevrosi che schiavizza?

E invece, come tutti quelli che conoscono la vita del filosofo sanno, Kant era dominato dalle sue nevrosi e il suo portentoso intelletto nulla ha potuto contro di esse, se non in minima misura, che come vedremo è del resto la parte più matura del suo pensiero.

Il suo stile di scrittura era notevolmente faticoso, infatti, il suo traduttore italiano, Alfredo Gargiulo, nel 1906, nel licenziare la sua traduzione della Critica del Giudizio così scriveva: "E' nota l'abbondanza di proposizioni subordinate, relative, incidentali, che rende faticoso e spesso oscuro, specialmente in quest'opera, il periodo kantiano".

Tanto oscuro e faticoso, nella forma, era il suo modo di scrivere che una volta un amico di Kant, il Consigliere Wlomer, cui il filosofo chiese se leggesse i suoi scritti, così rispose: “Sì, caro amico, il vostro stile è così ricco di parentesi e di proposizioni subordinate, da tener presenti, che io pongo un dito su di una parola, poi il secondo, il terzo, il quarto, e, prima di finir la pagina, le mie dita sono esaurite". Schopenhauer che si reputava un grande ammiratore di Kant lo difendeva dall'accusa di oscurità affermando: "Se lo stile di Kant è oscuro è soprattutto per la profondità non comune del suo pensiero".

Però è una difesa d'ufficio, che non tiene conto che non per il contenuto si evidenzia la tortuosità, ma per la forma. Kant era un uomo dalla precisione maniacale, infatti, un amico così racconta: "Kant si alzava ogni giorno, d'estate come d'inverno, alle cinque della mattina. Il suo servitore si collocava puntualmente alla quattro e tre quarti davanti al letto, lo svegliava e non usciva prima che il signore si fosse alzato.

Talvolta, Kant era ancora così addormentato da pregare il servitore di lasciarlo riposare ancora un po', ma questi aveva ricevuto da Kant stesso il preciso ordine di non lasciarsi convincere da alcuna richiesta, e di non concedergli alcuna più lunga permanenza a letto, tanto che spesso lo costringeva ad alzarsi puntualmente".

Tutto doveva essere regolato minuziosamente, il risveglio, il lavoro nello studio, le lezioni all'università, l'andare a dormire sempre alla stessa ora, le dieci, regolato da un preciso cerimoniale testimoniato dal resoconto di una persona a lui vicino: "Una lunga consuetudine gli aveva insegnato una maniera molto abile di arrotolarsi nelle coperte. Prima di tutto, si sedeva sul bordo del letto, poi con un movimento agile si slanciava di sbieco nella sua tana, poi tirava un angolo della coperta sotto la spalla sinistra e, facendola passare sotto la schiena, la portava sotto la spalla destra; infine operava sull'altro angolo allo stesso modo e riusciva finalmente ad avvolgere la coperta intorno a sé. Così, bendato come una mummia e avvolto come il baco da seta nel bozzolo, aspettava il sonno".

Tutto doveva essere sotto il suo controllo, doveva essere a posto: una forbice, un tagliacarte, una sedia, ogni minimo spostamento dell'ordine da lui prestabilito, gli metteva ansia e disperazione. Una volta un amico lo aveva invitato a una gita e lo trattenne così a lungo, facendogli superare disordinatamente e caoticamente tutti i passaggi tipici della sua meticolosa giornata, che quando ritornò a casa, era così pieno di angoscia che in seguito scrisse la massima di "...non lasciarsi mai coinvolgere da nessuno in nessuna gita", massima che da allora seguì scrupolosamente.

Kant s’impose una dieta rigorosissima che comprendeva, a colazione, soltanto due tazze di tè e una pipa di tabacco e abolì completamente la cena. Giustificò in questo modo le sue regole di salute: "...ogni uomo dall'inizio della vita è stata assegnata dal destino una precisa porzione di sonno, e colui che negli anni adulti della propria vita ha concesso troppo...al sonno, non può aspettarsi di dormire a lungo, cioè di vivere e di invecchiare".

Un'altra sua stranezza era quella di aver ordinato di non far cambiare l'aria alla sua stanza motivandolo con la credenza che i raggi del sole sviluppassero le cimici. Per fortuna, a sua insaputa, il suo servitore apriva lo stesso giornalmente le imposte per permettere il ricambio dell'aria. Non lasciò mai la sua città natale, Konigsberg, da quando era nato, nel 1724, fino alla sua morte, a ottanta anni, nel 1804.

L'immagine più celebre che racconta delle sue maniacali abitudini è l'orologio che gli abitanti di Konigsberg regolavano al suo passaggio nella sua puntualissima passeggiata.

Lui stesso racconta che solo due volte mancò a tale passeggiata, quando apprese la notizia dello scoppio della Rivoluzione francese e quando lesse l'Emilio di Rousseau. Kant nella sua morale accentua il contrasto tra dovere e impulso sensibile tanto da divenire un'espressione perfetta di quello che la psicoanalisi chiama il Super-io, anche se tenterà in vario modo di recuperare il mondo delle emozioni nella Critica del Giudizio quando proverà a stabilire un rapporto di mediazione proprio tra intelletto e sensibilità.

Però col tempo, invecchiando, Kant divenne sempre più ostile verso le emozioni con un pessimismo così cupo da fargli dire ne "La religione entro i limiti della pura ragione" che l'uomo è dominato da un male radicale che lo porta alla fragilità, all'impurità, alla malvagità, alla corruzione.

Questo male radicale non può essere distrutto mediante le forze umane ed è connesso al carattere sensibile dell'uomo, mentre il principio del bene al carattere intelligibile. In un tentativo filosofico di recupero dell'asserito malvagio mondo delle emozioni, Kant svilupperà nella sua filosofia il principio di un’attività formale dell'intelletto che regoli la parte sensibile dell'uomo.

Ma la dicotomia, la contrapposizione, rimarrà comunque sempre viva, anche se nascosta da questo intellettualistico tentativo.

Il passo più significativo, e in qualche modo impressionante, Kant lo esprimerà nella Metafisica dei costumi, quando criticando Cesare Beccaria, perché contrario alla pena di morte, affermò che tutti coloro che hanno commesso un assassinio, che lo hanno ordinato o che vi hanno cooperato, debbono subire la pena di morte, ammettendo a questo principio solo due eccezioni, il primo è il delitto d'onore, quelli cioè avvenuti in duello e quelli a danno di bambini illegittimi.

Consapevole della forte affermazione, per giustificarla razionalmente così scrive: "Il bambino nato fuori del matrimonio è fuori della legge (perché la legge è il matrimonio) e per conseguenza è anche fuori della protezione della legge: esso si è per così dire insinuato nella comunità (come una merce proibita), in modo che questa può ignorare la sua esistenza e quindi anche la sua soppressione" [pag. 170].

V'è da dire che Kant è colui che nella sua morale ha affermato che l'uomo deve essere sempre il fine mai il mezzo dell'azione umana e nella stessa Metafisica dei costumi, nella Dottrina del Diritto, nel paragrafo 28, afferma che "i figli non possono mai essere considerati proprietà dei genitori", naturalmente questo valeva soltanto per i figli legittimi.

Nel passo prima citato, a Kant non viene in mente che pur nella sacralità del matrimonio, che per lui è la legge, non è il bambino illegittimo a insinuarsi nella comunità come merce proibita, ma è chi l'ha fatto nascere da una relazione avvenuta fuori dal matrimonio, per la sua mentalità non consacrata dalla legge, che semmai ha gettato, scaraventato il bambino, suo malgrado, in quella situazione. Però il bambino per Kant è comunque colpevole, è fuori dalla legge e va soppresso.

Il fatto che impressiona non è tanto l'impulso omicida che si scaglia contro il bambino illegittimo, è la puerile argomentazione che si vuole fondare come razionale.

Qui abbiamo il più evidente esempio di schiavitù della ragione operata dal dominio emotivo di tipo nevrotico, proprio quelle emozioni che illusoriamente il grande filosofo Immanuel Kant pensava di controllare rigorosamente con l'attività formale dell'intelletto.

Il formalismo kantiano in questo senso è il grandioso tentativo di dare nobiltà alle difese da quegli impulsi che proprio perché giudicati fastidiosi, inferiori, poco nobili, devono essere debellati, controllati, ma il paradosso è che al contrario essi passivizzano il controllore e lo trascinano in incredibili e patetici comportamenti ripetitivi.

La costante ripetitività è il segno distintivo che contraddistingue il nevrotico ossessivo e allora approfondiamone ulteriormente l’analisi.

Il nevrotico ossessivo, come ho dimostrato essere Kant, è costretto a fare, a pensare o a scansare certe cose utilizzando i più incredibili e ingegnosi rituali. Ma più propriamente cosa scansa e che significato hanno i suoi rituali? Gli impulsi, le emozioni, gli creano paura, angoscia, sviluppando per reazione non poche fissazioni a carattere fobico. Si sviluppano allora atteggiamenti, azioni a carattere ossessivo che però hanno la funzione di proteggere da quelle emozioni, da quegli impulsi.

Queste azioni compulsive di protezione servono a rintuzzare le fobie determinatesi per l’angoscia che prende un io troppo severo, identificatosi con il Super-io, nel non riuscire a dominare, tenere a freno, controllare gli impulsi. Infatti, nei rituali tattili la coazione a lavarsi frequentemente, serve a rintuzzare la paura dello sporco, nei rituali sociali, ogni timore del rapporto interpersonale, nei rituali del sonno, le paure di addormentarsi con il terrore di diventare ciechi o di morire nel sonno, nei rituali del camminare, paure legate al movimento, alla deambulazione, nei rituali che riguardano gli animali, paure di essere da essi aggrediti, divorati, invasi, se molto piccoli come gli insetti.

Si può determinare il paradosso che l’ossessivo svolga nei suoi rituali quello che in origine temeva. Si può avere paura dell’altezza e sviluppare una compulsione a saltare giù, si può avere paura dell’acqua e compulsivamente svolgere attività dove è presente l’acqua. Si determina nell’ossessivo questa situazione: l’impulso è temuto, si cerca un’azione per dominarlo, essa assume carattere ossessivo, compulsivo, si sostituisce agli impulsi, rassicura per la protezione che dà.

Il punto è che l’ossessivo ha costantemente paura di non adempiere fino in fondo ai suoi rituali e quando questo accade, vista la loro cavillosa artificiosità e la difficoltà di precisarne esattamente l’avvenuta esecuzione prestabilita, fa cadere l’ossessivo nella disperazione e nell’angoscia. Questo spiega il moltiplicarsi delle azioni difensive, che gettano l’ossessivo in uno stato di prostrazione tale da lasciarlo esausto.

Questo controllo massiccio contro impulsi ed emozioni col tempo inaridisce l’ossessivo e lo porta sovente a un vero e proprio spappolamento della personalità. Kant in vecchiaia ha subito questo spappolamento nonostante i tentativi fatti anche in chiave filosofica per cercare una soluzione al suo stato morboso.

La vicenda di Kant però non è da leggersi in chiave personalistica, ma generale: così come la sua morale voleva assurgere a criterio universale, così la sua nevrosi ossessiva ha valore generale, vale a dire psicosociale. La dicotomia tra ragione e impulso, emozione, l’esaltazione ipertrofica della prima e la condanna della seconda ha determinato una schizofrenia negli uomini che ancora oggi ne paghiamo le conseguenze. Solo che le parti, oggi, si sono quasi capovolte, l’impulso è glorificato e la ragione vista con ostilità. In tutte e due le versioni, vi è comunque il segno di una repressione, di una vera è propria malattia sociale, culturale, che rende impossibile di vivere con pienezza la vita e di darle significato.

 

Kant e la subordinazione della sensibilità e del Popolo

 

Dopo aver delineato gli aspetti ossessivi del suo carattere, soprattutto in riferimento alla sua filosofia, e qui faccio mia la tesi di Cassirer che vita e dottrina in Kant erano tutt’uno, approfondiamo ulteriormente il suo carattere e la sua filosofia analizzando la sua concezione della politica, dello Stato, del Diritto.

Kant viene di solito salutato come il padre dello Stato di diritto, in realtà il suo liberalismo è sicuramente un arretramento già rispetto a Locke, anzi a dirla tutta, il suo non è neanche lontanamente un liberalismo. Il principio fondamentale di ogni liberalismo politico è quello della dignità della creatura umana, vale a dire il ritenere profondamente positivo il cuore dell'uomo e per questo battersi affinché egli possa togliere tutti quegli impedimenti esterni, o che si interiorizzano surrettiziamente, che gli impediscono di realizzarsi.

Ogni teoria politica che ha come fondamento teologico, metafisico, filosofico l'indegnità umana, cioè il carattere ontologicamente negativo del cuore umano, che per questo deve essere riscattato dall'alto di un potere trascendente, si oppone, di fatto, sostanzialmente a ogni concezione liberale.

Nell'Antropologia Kant approva le parole di Federico il Grande che rivolto a Suber dice che:"...voi non sapete a quale maledetta razza noi apparteniamo" e ne La religione entro i limiti della pura ragione Kant afferma un male radicale che lo rende fragile, impuro, malvagio, corrotto:"

L'uomo è consapevole della legge morale ed ha tuttavia adottato per massima di allontanarsi da questa legge. Questo male è radicale perché perverte il fondamento di tutte le massime e contemporaneamente, come tendenza naturale, non può essere distrutto mediante le forze umane; perché ciò potrebbe accadere solo mediante buone massime; cosa che è impossibile, se il principio soggettivo supremo di tutte le massime è presupposto come corrotto". In questo modo, Kant, radicalmente, afferma che è insito nella natura umana questo carattere al male e ciò che è più grave lo connette al carattere sensibile dell'uomo.

Operata questa associazione poco importa del solito dualismo "salvifico" che postula un carattere intelligibile capace di portarlo paternalisticamente in salvo. In tal modo l'intelletto kantiano è già marcato da un pregiudizio negativo che in un illusorio processo intellettualistico spera di porre rimedio, ma che ha solo il risultato di un patetico esercizio verbale.

In fondo Kant segue Calvino in tale impostazione e come lui dopo aver affermato categoricamente la malvagità del cuore umano, lo vuole riscattare nella misura in cui si fa salvare da un'entità reputata superiore. Per Calvino è il Dio terribile dell'antico testamento, per Kant è l'attività universalizzatrice dell'intelletto, per Calvino il riscatto è nella predestinazione decretata da Dio che per sua eterna volontà salva chi vuole a prescindere dalle opere, perché i predestinati sono già presenti nel suo intelletto divino, per Kant chi si assoggetta alle leggi formali dell'intelletto, e per estensione, a quelle umane.

Infatti nei Principi metafisici così scrive: " L'origine del potere superiore è per il popolo, che sta sotto di esso, dal punto di vista pratico, imperscrutabile, cioè il suddito non deve sofisticare sottilmente intorno a questa origine, come se si trattasse di un diritto dubbio per rispetto all'ubbidienza che ad esso si deve. Perché, siccome il popolo, per giudicare con pieno diritto intorno a questo potere superiore dello Stato, deve già avere il carattere di una associazione stabilita sotto una volontà legislativa generale, così egli non può e non deve giudicare altrimenti da come vuole il sovrano attuale dello Stato".

Insomma, per Kant, è imperscrutabile l'origine del potere e non si deve sofisticare intorno a questa origine, riecheggiando la celebre sentenza del Virgilio dantesco del "vuolsi così colà dove si puote, ciò che si vuole, e più non dimandare". Ma se qualche mente critica desidera "dimandare", e nel "dimandare" dovesse mettere in luce i moti oscuri di tale origine minacciando per ciò stesso lo Stato e la sua autorità?

Qui Kant non ha esitazioni:"...secondo le leggi di questa autorità, cioè con pieno diritto, essere punito, messo a morte o( come eslege) scacciato". In fondo l'obbedienza potrebbe essere più ragionevole se si sapesse l'origine del potere cui si deve obbedire, ma per Kant, a prescindere dalla sua origine, che deve restare inaccessibile, comunque a ogni potere si deve obbedienza perché: "...il sovrano nello Stato ha verso i sudditi soltanto diritti e nessun dovere. Anzi, se l'organo del sovrano, il reggitore, agisce contrariamente alle leggi, se, per esempio, con imposte, reclutamento e simili egli viola la legge dell'uguaglianza nella divisione dei pesi dello Stato, il suddito può a quella ingiustizia opporre bensì querela, ma nessuna resistenza".

Per Kant nessuna norma può limitare il potere supremo, altrimenti, per logica, la sua ovviamente, non sarebbe più supremo e cadrebbe in contraddizione con se stesso. In fondo tale logica kantiana si esercita spesso a trarre tali conseguenze e resta celebre, come abbiamo già visto, ma vorrei ripeterlo, ciò che ha affermato nella Metafisica dei costumi, quando criticando Cesare Beccaria, perché contrario alla pena di morte, scrive che tutti coloro che hanno commesso un assassinio, che lo hanno ordinato o che vi hanno cooperato, debbono subire la pena di morte, ammettendo a questo principio solo due eccezioni, il primo è il delitto d'onore, ovviamente maschile, salviamo il principio patriarcale, quelli cioè avvenuti in duello e quelli a danno di bambini illegittimi.

Consapevole della forte affermazione, per giustificarla razionalmente così scrive: "Il bambino nato fuori del matrimonio è fuori della legge (perché la legge è il matrimonio) e per conseguenza è anche fuori della protezione della legge: esso si è per così dire insinuato nella comunità (come una merce proibita), in modo che questa può ignorare la sua esistenza e quindi anche la sua soppressione" [pag. 170].

Questo sacro rispetto, che pretende altrettanta sacra obbedienza, alla legge formale, che non guarda in faccia a uomini e bambini, ma che per la sua natura è superiore a essi e di essi pretende il sacrificio, è conseguenza inevitabile del tentativo kantiano di salvarsi dalla natura malvagia dell'uomo, indegnità che può essere riscattata solo da un totale asservimento.

Poco importa se Kant stesso nella Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo scrive: « Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo. »

Questo "Sapere aude", questo coraggio di servirsi della propria intelligenza, ha sapore riparativo, appiccicaticcio, ha sapore di fede che come abbiamo detto si rifà nei suoi tratti profondi a quella calvinista (senza tacere della sua forma pietistica trasmessagli dalla madre devotamente osservante).

Questo pregiudizio kantiano verso le forze istintuali alberganti nell'uomo lo renderà moralisticamente avverso già al loro presentarsi nella fanciullezza, infatti, nella Pedagogia scrive parole di fuoco contro ogni tentazione sessuale, ovviamente masturbatoria: "Non v’è cosa che tanto fiacchi lo spirito e il corpo quanto la specie di voluttà che l’uomo consuma sopra sè stesso; non occorre dire ch’essa è contraria alla natura umana. E quindi non si deve più tener celata al giovinetto. Bisogna mostrargliela in tutto l’orrore suo, e dirgli che si rende così disadatto alla propagazione della specie, che rovina le sue forze fisiche, che si prepara una vecchiaia prematura, che consuma il suo spirito, e va dicendo. Per fuggire le tentazioni di questo genere bisogna stare occupati sempre, e non concedere al letto ed al sonno altre ore che le necessarie. A questo modo il giovinetto caccerà via dalla mente i pensieri cattivi; poiché, sebbene l’oggetto esista nella pura immaginazione, egli usa ancora la forza vitale. Quando la inclinazione si porta sull’altro sesso, almeno s’incontra sempre qualche resistenza; ma quando è rivolta sopra lo stesso individuo, può ad ogni momento essere appagata. Rovinoso è l’effetto fisico; ma le conseguenze morali sono ancor più funeste. Qui si varcano i confini della natura, e la tendenza non è mai sazia, perché non trova mai alcuna soddisfazione reale. Rispetto ai giovani, alcuni precettori han posto la quistione: Può ad un giovane permettersi di formare unione con una persona di sesso diverso? Se bisognasse scegliere uno di questi due partiti, il secondo sarebbe certamente migliore. Nel primo caso il giovane opererebbe contro natura; ma nel secondo, no. La natura l’ha destinato a diventare uomo, e quindi anche a propagare la specie umana, appena è in grado di proteggere se stesso; ma i bisogni, ai quali deve necessariamente sottostare l’uomo nella società civile, non gli consentono di poter ancora allevare i suoi figli. Qui pertanto egli va contro l’ordine civile. Il miglior partito pel giovane, e questo è per lui anche un dovere, sta nell’attendere che sia in grado di unirsi regolarmente in matrimonio. Operando così, egli si mostrerà non solo uomo dabbene, sì anche buon cittadino."

Il buon cittadino kantiano è l'uomo che si è saputo forgiare da bambino e da adolescente contro le tentazioni degli istinti naturali e che sa aspettare per ricevere l'assenso della morale pubblica ufficiale. Si palesa qui la dicotomia fondamentale tra natura e cultura intesa come espressione repressa di quella, tra istinto e intelletto, inteso anche qui come repressione di quelli, tra uomo naturale malvagio e uomo civile, inteso come sublimazione coatta di quello.

In ultimo, alcune considerazioni su quello che viene considerato il testo politico chiave di Kant, Per la pace perpetua, scritto nel 1795, vero e proprio manifesto dello Stato di diritto che mira al meglio volendo eliminare la guerra per creare una federazioni di Stati liberi e Repubblicani avente come base fondamentale una pace perpetua.

Se il sentimento di pace è un sentimento morale, e se essa deve essere realizzata dalla politica, Kant afferma in modo deciso che la politica non deve essere disgiunta dalla morale. L'uomo politico ha un fine morale da conseguire, la pace, e quindi ciò comporta che le due componenti non si debbano separare, altrimenti mai si raggiungerà lo scopo. A dir il vero Kant, curiosamente, non trae tutte le conseguenze di questa unione tra la politica e la morale, ipotizzando soltanto una confederazione di Stati che avendo tutti la stessa forma repubblicana e mossi dallo stesso intento di pace non avranno più nessun motivo per farsi la guerra.

Come ciò possa accadere, visto che Kant postula un male radicale nell'uomo, è un mistero, e qui Hegel successivamente, nei sui Lineamenti di filosofia del diritto, avrà gioco facile a spazzare via questa idea kantiana, accusata di essere ingenua perché non terrebbe conto della voracità naturale insita in ogni Stato particolare che vuole avere una altrettanto naturale supremazia di potere sugli altri Stati. Anche Hegel voleva unire la politica con i sentimenti morali, ma non quelli individuali, quindi degli individuali Stati confederati di Kant, ma in un organismo super Statale di tipo etico, che non solo era somma ma vera e propria suprema sintesi qualificante, di quei particolari sentimenti morali soggettivi e di quei Stati particolari.

E' inutile ricordare che questo Stato etico Hegel lo vedeva realizzato in quello Prussiano in cui viveva. Insomma, anche in questa celebre opera, Kant si porta dietro la sua premessa, il male radicale, e cerca disperatamente, intellettualisticamente, di superarla attraverso artifici che mostrano soltanto incoerenza logica, da una parte, e funzione razionalizzatrice dell'intelletto, dall'altra.

Insomma, come bene aveva già visto sul piano strettamente filosofico Friedrich Schleiermacher, l’esasperato formalismo di Kant, che tanto piace a molti suoi ammiratori, altro non è che un gigantesco meccanismo di difesa da inquietanti e per lui sgradevoli impulsi, così mal governati da indurlo a concezioni sicuramente autoritarie, pur rivestendole con abiti di apparente liberalità.

Ma, se esaminata da vicino, anche la sua autonomia del soggetto altro non è, nel suo aspetto psicologico profondo, che la fuga dai coinvolgimenti emotivi, che fondamentalmente detestava, che potevano essere suscitati da possibili rapporti con le persone, dalle quali, perciò coerentemente, voleva tenersi alla larga.

Ma anche all’interno del soggetto, del suo “io penso”, nonostante i suoi notevolissimi sforzi, l’autonomia si risolveva in definitiva solo in un titanico, e illusorio, formalismo che certo non lo salvava dall’incursione degli abissi del mondo infinito e vertiginoso delle emozioni inconsce.

Da queste concezioni non può mai nascere nessun tipo di profondo liberalismo, perché esso ha bisogno non già di repressione ma di togliere i limiti al suo espandersi libero, non ha bisogno di nessuna perentoria affermazione di carattere indegno della natura umana, perché un vero e profondo liberalismo si basa proprio sui diritti inalienabili naturali, anche quegli emotivi, che precedono ogni tipo di Costituzione e andandola a costituire, essa si deve basare su essi in modo imprescindibile.

Il Presidenzialismo e le patologie politiche della democrazia

Inviato il Jan. 4, 2012 alle 01:49

Mi ero già impegnato a parlare del Presidenzialismo in un articolo precedente "La sovranità del Popolo necessita del superamento costituzionale del sistema parlamentare", ma ne approfitterò anche per ribadire punti già esaminati.

Nell'epoca moderna, dopo un lungo e travagliato cammino storico, si sono delineati nell'Occidente, e in qualche misura nell'Oriente medio ed estremo, due concezioni politiche apparentemente simili ma in realtà foriere di opposte conclusioni: il costituzionalismo inglese e quello francese.

Tutt'e due inizialmente a forma monarchica, hanno avuto una forza interposta con posizione e ruolo completamente diversi: la nobiltà. Infatti se in Inghilterra la classe aristocratica, per motivi di tensioni di potere con i re, era assurta a un ruolo di protezione dei diritti acquisiti già dal medioevo in poi dai corpi individuali, dagli ordini individuali, dalla classe mercantile e borghese, in Francia l'aristocrazia aveva assunto solo un ruolo subalterno ai re (esentata dal pagare tasse e mantenuta) e finiva soltanto per determinare un surplus di oppressione, che già in abbondanza esercitava il re, verso la borghesia e la classe più povera.

Questa diversa situazione sociale, storica e politica determinerà nel tempo un maggior controllo del potere in Inghilterra, creatosi proprio dalla limitazione che una forte classe come quella aristocratica seppe esercitare verso il re, e al contrario una totale degenerazione del potere in Francia.

Ciò spiega perché la democrazia parlamentare ebbe uno sviluppo incruento e felice in Inghilterra e invece determinò una violenta e sanguinaria rivoluzione in Francia. Il modello nato dalla rivoluzione francese ebbe un influsso notevole in molta parte dell'Europa, mentre la forma costituzionale inglese avrà una sua ammirevole compiutezza, e quindi superamento, negli Stati Uniti d'America. Dalla rivoluzione americana uscirà una forma politica che è il Presidenzialismo, che, di fatto, nell'ambito della democrazia, si fronteggia con il centralismo parlamentare nato dalla rivoluzione francese.

Apparentemente nelle due forme politiche il potere ha un accentramento quantitativo analogo che va a situarsi in due organi costituzionali diversi. Ma in realtà non è così, perché il Presidente è un capo del Governo con responsabilità politica della sua azione e nominato attraverso la designazione di grandi elettori per ogni stato, facente parte gli Stati Uniti, per quattro anni, fino a un massimo di due mandati, ma non ha nessuna possibilità legislativa, se non apporre il veto presidenziale che comunque non impedisce che una legge sia approvata se vi è nel Congresso e per ogni camera (nel numero di due, come da tradizione democratica inglese, e i suoi membri in carica per due anni) la maggioranza di due terzi. E soprattutto, l'azione presidenziale è limitata dalla Corte suprema, formata da giudici nominati a vita dallo stesso Presidente, ma su approvazione del Senato, che ne giudica l'operato Governativo e il suo presidente presiede il Senato in caso di accusa di alto tradimento del Presidente degli Stati Uniti, impeachment.

Come si può vedere sono presenti nella carica presidenziale degli Stati Uniti due formidabili principi che ne regolano in modo sostanziale la forma, impedendo che possa degenerare in dittatura: il controllo di altri organi, con l'impossibilità di sconfinamento in altri poteri, e la durata non oltre i due mandati, dopo i quali ritorna a essere un cittadino qualunque. Il Congresso inoltre ha la possibilità di modificare, emendamento, la Costituzione se raggiunge per ogni Camera la maggioranza favorevole dei due terzi e questo ha portato ad aggiornare la Costituzione già per ventisette volte.

Se confrontiamo il Presidenzialismo americano con quello, non già semipresidenziale francese, che ne è una forma successiva alla prima formulazione nata dalla rivoluzione francese e rimasta ambiguamente a metà, ma con il parlamentarismo italiano, che è attualmente l'erede più fedele del primo modello francese post rivoluzionario, balza subito agli occhi che il potere concentrato nelle Assemblee legislative non ha un corrispettivo controllo e la durata elettiva del Presidente dell'Esecutivo, che ne è più una promanazione che organo autonomo e contrapposto, è pressoché illimitata.

Il Parlamento elegge il Presidente della Repubblica, può dare o non dare la fiducia all'Esecutivo, può sfiduciare addirittura un singolo ministro, come da prassi recente, può mettere in stato d'accusa lo stesso Presidente della Repubblica che ha nominato. Ma la cosa più formidabile è che questo potere assoluto del Parlamento italiano improvvisamente è esautorato dai partiti presenti nelle due Camere.

I partiti, pur essendo investiti così di un potere formidabile, non hanno nessuna norma da seguire definita per costituzione se non la generica "con metodo democratico". In pratica la Costituzione non prevede nessun controllo sui partiti e questi, di fatto, sono arbitri e padroni incontrastati del Parlamento che a sua volta designa un Presidente della Repubblica e fiducia o sfiducia il Governo. E' vero che il Presidente della Repubblica può opporre il suo veto a una legge, ma poi la deve firmare necessariamente se il Parlamento persiste nella sua volontà di promulgazione. E' anche vero che la Corte Costituzionale può giudicare sull'incostituzionalità di una legge, ma se si pensa che essa per i due terzi è nominata dal Presidente e dal Parlamento stesso, si può avere una chiara idea della difficoltà di opporsi alla volontà del legislativo.

Ma un altro argomento è decisivo per evidenziare il potere del Parlamento: il sistema elettorale che lo designa. In Italia, siamo passati da un proporzionalismo puro a un maggioritario spurio, addirittura per finire con candidati designati rigidamente, liste bloccate, dai partiti stessi. Questo ha provocato un distacco inevitabile dell'eletto dall'elettore, tanto più rafforzato dalla norma che non lo vincola a quest'ultimo, ma, di fatto, lo disciplina al partito o di provenienza, o persino, per varie vicissitudini politiche successive, ad altri partiti che gli danno più garanzie. Tutto questo ha portato non solo al classico e più volte deplorato scollamento del Paese legale con quello reale, ma più precisamente alla costituzione di una patologia politica che impedisce una forma di democrazia liberale.

Non è sufficiente che un sistema sia democratico, anche il nazismo e lo stalinismo nel loro costituirsi lo erano, ma che sia liberale. Ebbene, il centralismo parlamentare non è un totalitarismo, non è una dittatura di un singolo uomo, ma sicuramente è una dittatura assembleare dominata dai partiti. In Italia poi è stata cancellata la norma dell'immunità di cui in precedenza godevano i membri dell'assemblea legislativa.

Il parlamentare, dopo l'operazione giudiziaria denominata "Mani pulite", causata dai finanziamenti illeciti dei partiti, è stato esposto maggiormente al controllo giudiziario, ma, di fatto, è sempre il Parlamento che decide se si può procedere o non procedere sul parlamentare e quindi anche se non gode più dell'immunità, se protetto dall'ala del partito o dei partiti tra essi coalizzati, o dallo spirito di corpo di tutti i partiti presenti nel Parlamento, di fatto, di quell'antica norma di immunità, ne gode ancora.

In questa dittatura assembleare, chi ne fa le spese è l'azione del Governo, che seppur gode di una schiacciante forza di maggioranza, è sempre sotto ricatto dal Parlamento che lo può sfiduciare in qualsiasi momento. Ed è basato solo su ragionamento ingenuo la tesi che un Parlamento a precisa maggioranza politica non sfiducerà mai un Governo costituitosi con la stessa maggioranza, perché negli ultimi anni in Italia si è verificato proprio il contrario e questo per la semplice ragione che le maggioranze parlamentari sono molto fluide e seguono non la logica di una originaria forza o coalizioni di forze politiche, ma lo status quo di potere che in un preciso momento il Parlamento decide di avere anche in opposizione a quello che lo aveva in origine determinato.

E non solo, se si pensa che il Presidente del Consiglio non ha potere di revoca dei suoi ministri che pur ha proposto al Presidente della Repubblica, se si pensa che, di fatto, l'azione quindi è collegiale e segue gli strappi di questo o quel ministro influente, anche se l'articolo 95 della Costituzione recita che il Presidente del Consiglio dirige ed è responsabile dell'azione del Governo e promuove l'attività dei ministri, si ha un chiaro quadro della debolezza dell'Esecutivo.

E non è per niente vero che la legge Calderoli, attraverso le liste bloccate dei candidati, ha rafforzato l'Esecutivo rispetto al Legislativo, perché, come abbiamo già rilevato, ha soltanto maggiormente rafforzato i partiti che esercitano una forza ancor più formidabile sui suoi parlamentari perché a essi più dipendenti.

Basterebbe del resto osservare come si sia imposto facilmente un Governo tecnico, il Governo Monti, composto da persone non elette, e nemmeno seguendo più la prassi ormai divenuta consuetudine dell'indicazione del Presidente del Consiglio in sede elettorale, ma voluto dal Parlamento, su indicazione del Presidente della Repubblica da esso eletto, per fronteggiare una grave emergenza economica. In linea teorica il Parlamento, su nomina presidenziale, pur contravvenendo a una sorta di netiquette democratica, potrebbe sempre costituire autonomamente un suo Governo composto da ministri e Presidente del Consiglio non eletti.

Un'ultima considerazione: ma esiste anche la possibilità che il Presidenzialismo possa degenerare in una qualche forma di dittatura come abbiamo visto succedere al centralismo parlamentare? Un esempio se ne può rintracciare in quei regimi a dittatura presidenziale presenti in svariati stati africani, mediorientali e sudamericani.

Anche lì l'elezione presidenziale avviene in modo democratico, però mancano alcuni fondamentali presupposti che ne possano definire l'azione liberale quali la mancanza di forze politiche di opposizione, la durata pressoché illimitata del mandato presidenziale, la mancanza del controllo legislativo o, che è analoga cosa, la commistione tra Esecutivo e legislativo, il potere dell'Esecutivo presidenziale di imporre la propria volontà sul Legislativo ricattandolo attraverso la possibilità di scioglierne le Camere, il mancato controllo della costituzionalità delle leggi da parte della magistratura. Come può vedersi, anche qui non è garanzia di libertà la forma democratica in sé per sé, ma il correttivo liberale attuato attraverso principi ben precisi quali il controllo reciproco degli Organi costituzionali, il sistema elettorale che determina gli incarichi elettivi e la temporaneità degli incarichi elettivi.

Una parola in più su quest'ultimo principio.

Non se ne vuole comprendere appieno l'importanza perché si ritiene inconciliabile la competenza dell'eletto con una durata minima del suo mandato. Si pensa che solo una lunga durata possa dare quella competenza formatasi attraverso una lunga esperienza dei meccanismi sia parlamentari sia governativi sia dei partiti. Ebbene, l'esperienza ci dice, al contrario, che la durata eccessiva di permanenza porta, con una logica inesorabile stabilita dalla natura stessa del Potere, al suo massimo grado di inefficienza dovuta al fatto che chi detiene il potere è portato alla lunga a staccarsi dalla funzione riformatrice della cosa pubblica per stabilirsi in una sorta di iperuranio staccato dalla realtà fatto solo di privilegio. Il suo ruolo non è più al servizio di chi lo ha votato ma della classe che lo irreggimenta e lo innalza sopra i suoi elettori.

Questa distanza dai suoi elettori diviene incolmabile proprio attraverso la durata perché lo espone al fascino tremendo del Potere che si sostanzia con l'esercizio costante. Lungi dall'essere un problema di buona volontà, di moralità, e simili, la durata è sempre principio negativo che va limitata il più possibile con precise norme, come accade del resto nei Paesi a più consolidata tradizione liberale rispetto alla nostra.

Il sistema parlamentare necessita di una modifica Costituzionale

Inviato il Jan. 4, 2012 alle 01:45

Il sistema democratico ha avuto un'aggiunta fondamentale nel correttivo liberale che ha come principio indispensabile il controllo dei poteri politici, espressioni dirette e indirette della sovranità popolare.

Da Locke, passando per Montesquieu e arrivando ai filosofi liberali dell'Ottocento e del Novecento, fino ai nostri giorni, si è chiarito con tutta evidenza che se il potere non è limitato, non già soltanto dividendolo, che è comunque una condizione necessaria ma non sufficiente, ma controllandolo, la sovranità del Popolo, da cui si parte per costruire un sistema democratico e liberale, non sarà mai rispettata e realizzata.

Le tipiche espressioni che si vengono a operare in un non controllo del potere, come la dittatura assembleare del legislativo, la cronica debolezza del Governo, la tirannia dei partiti, non sono patologie di un corpo altrimenti sano, ma sono conseguenze del tutto logiche e inevitabili di un corpo già malato in partenza.

La sovranità del Popolo non può mai realizzarsi in un sistema costituzionale di tipo parlamentare.

Prima di prendere in esame i motivi per cui ritengo vera tale proposizione, vorrei sfatare alcuni pregiudizi che addirittura inficiano la realizzazione della sovranità del Popolo dichiarandola non auspicabile perché non efficiente, tecnicamente utile, se non proprio politicamente dannosa, pericolosa.

L'argomento è il solito, travestito in vario modo, che può essere così sintetizzato: vi è superiorità morale, intellettiva, di un'aristocrazia di persone rispetto a una massa informe di uomini. Da tale principio se ne vuol far conseguire che non sia necessario procedere a tutta una serie di riforme costituzionali per rendere la sovranità del Popolo applicata totalmente. Ovviamente non parlo di coloro che vogliono regimi che escludano la democrazia e i suoi istituti, ma di coloro che vogliono mantenere una forma incompleta di democrazia. Quell'originale e paradossale uomo politico che è stato Francesco Cossiga con tutta la franchezza che lo distingueva dall'ipocrisia dei soliti uomini politici, l'ha detto a chiare lettere che è meglio che il Popolo sia guidato paternalisticamente da un'aristocrazia di persone e questo perché la massa è ottusa, irrazionale.

Cossiga, nel suo realismo, nel suo pragmatismo politico ha però confuso il concetto di folla (applicandolo al Popolo come massa permanente) a quello di organo fondamentale di una democrazia liberale. Se vogliamo applicare la psicologia della folla al Popolo, allora possiamo a maggior diritto farlo per una Camera dei deputati, per il Senato, che hanno un'attivazione di folla ancor più incandescente, perciò instabile, irrazionale, ottusa. In realtà, sotto il realismo crudo e nudo enunciato da Francesco Cossiga, si nasconde un crudo e nudo tentativo di mantenere inalterato il potere, cioè accentrato, non profondamente controllato.

Detto questo, passiamo al motivo centrale di questo articolo: il superamento del sistema costituzionale parlamentare.

Spesso si è attribuito un limite all'efficienza politica a causa del bicameralismo perfetto, Camera dei deputati e Senato, in realtà esso è un falso problema, essendo semmai questi ultimi stati creati storicamente da tutti i sistemi per bilanciare il potere del re (Senato o Camera alta) rispetto a quello dei rappresentanti del Popolo (Camera bassa ). Non vi sarebbe maggior efficienza in un sistema monocratico se non si elimina alla base la dittatura assembleare rispetto al Governo. Se il Governo è soltanto l'organo dei partiti e questi i padroni delle Assemblee legislative, nessuna modifica quantitativa servirà allo scopo.

Nel sistema parlamentare italiano il governo è così debole che non ha nel suo Presidente nemmeno la possibilità di revoca dei Ministri, perciò la sua politica è del tutto poco efficiente rispetto alla sua volontà di attuazione, ma frazionata, a volte gravemente in contrapposizione, tra i vari dicasteri ministeriali. Inoltre il Governo può essere sfiduciato in qualsiasi momento dalle assemblee legislative dominate dai partiti che perciò esercitano un chiaro ricatto politico perenne al suo operato.

Nel nostro Paese lo stesso Presidente della Repubblica non è eletto dal Popolo ma dalle assemblee legislative e non ha responsabilità alcuna di Governo, anzi, per dettato Costituzionale è del tutto irresponsabile nei suoi atti, tranne quelli di alto tradimento o attentato alla Costituzione.

Questo produce un evidente limite alla sovranità del Popolo che ha come barriera invalicabile un unico organismo: la dittatura dei partiti che la esercitano in quella assembleare. In Italia, se è vero che con la cancellazione dell'immunità parlamentare si è avuta una maggior precarietà dell'eletto, in realtà, un esercizio storicamente consolidato dei partiti in senso partitocratico ha deragliato tutte le attenzioni di una magistratura per lo più inquirente non già contro il Parlamento, ma contro l'applicazione delle leggi dell'Esecutivo.

Alla fine si è avuto un ancor più evidente calo dell'efficienza governativa in una dittatura assembleare dominata dai partiti. In questa perenne debolezza, si è addirittura inserita spesso l'azione del Presidente della Repubblica che per dettato Costituzionale non ha nessuna possibilità governativa, ma che approfittando di incertezza e confusione politica ha condizionato ancor più l'azione del Governo, paralizzandolo.

Per questi motivi sarebbe necessario il superamento del sistema parlamentare per uno presidenziale in cui la volontà del Popolo sia applicata in ogni organismo politico in modo chiaro ed evidente, e ogni organismo operare un sano controllo reciproco avendo però come fondamento la temporaneità degli incarichi elettivi. Dirò in un prossimo articolo del ruolo fondamentale della magistratura in un sistema sostanzialmente e formalmente democratico e in dettaglio del sistema presidenziale.


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