Sergio Rizzitiello presenta: le poesie di Tibullo (prima parte)

 

ALBIO TIBULLO o LIBRO PRIMO


I 1, Tibullo, Come un contadino


Altri accumuli ricchezze d’oro zecchino e
tenga a coltura molti iugeri di terra,
sì che un’angoscia continua l’assilli
per la presenza del nemico,
e gli squilli delle trombe di guerra gli tolgano il sonno.
Una vita tranquilla conceda invece a me la misura,
purché sul mio focolare splenda sempre una fiamma.

Come un contadino vorrei io stesso
piantare a tempo e luogo i tralci della vite
e con mano sapiente gli alberi da frutta,
senza che la speranza mi tradisca,
ma via via mi conceda covoni di grano
e vendemmie abbondanti che colmino i tini.
Non c’è tronco solitario nei campi
o pietra antica di trivio con ghirlande di fiori
ch’io non veneri, e qualunque frutto mi dona
la nuova stagione, come primizia
io l’offro alle divinità della campagna.
Appesa alla porta del tuo tempio, mia bionda Cerere,
sarà sempre una corona di spighe
raccolte nei miei campi e a guardia del frutteto
sarà posto un Priapo rosso fuoco,
che con la sua macabra falce atterrisca gli uccelli.
Anche voi, Lari, custodi di questo povero podere,
un tempo cosí ricco, prendetevi i doni
che vi sono dovuti. Allora una vitella
col suo sacrificio purificava
innumerevoli giovenchi, ora un’agnella
è l’umile vittima d’un fazzoletto di terra.
Cadrà dunque in vostro onore un’agnella
e intorno a lei griderà la gioventú di campagna:
‘Salute a voi, dateci messi e vino buono’.

Potessi finalmente vivere
felice del poco che ho e non essere costretto
continuamente a viaggiare in terre lontane;
potessi evitare il sorgere della canicola estiva
all’ombra di un albero vicino a un rivolo d’acqua.
Non mi vergognerei d’impugnare a volte la vanga
o d’incitare col pungolo i buoi quando s’attardano;
non mi lamenterei di riportare a casa,
stretta al seno, un’agnella o il piccolo di una capretta
abbandonato dalla madre smemorata.

Ma voi, ladri e lupi, risparmiate il mio minuscolo gregge:
la preda va tolta a una mandria numerosa.
Qui ogni anno purifico i miei pastori
e aspergo di latte, perché si plachi, la dea Pale.
Assistetemi, dei, non disprezzate i doni
che a voi vengono da un povero desco
in disadorne stoviglie d’argilla.
D’argilla era la coppa che si foggiarono un tempo
i contadini, plasmandola con la molle creta.
Io non pretendo le ricchezze dei miei padri,
né i frutti che il raccolto procurava a quegli antichi:
mi basta poca roba e, se è possibile, dormire
nel mio letto, ritemprando le membra
sul solito guanciale. Che gioia ascoltare,
coricato, i venti che infuriano e teneramente
stringersi al petto l’amata o, quando d’inverno
lo scirocco rovescia la sua pioggia gelida,
abbandonarsi in pace al sonno,
mentre ti cullano le gocce!

Questo mi tocchi in sorte: è giusto che diventi ricco
chi sa sfidare la furia del mare
e la tristezza della pioggia.
Scompaiano tutto l’oro e gli smeraldi del mondo,
piuttosto che una fanciulla pianga per i miei viaggi.

In terra e in mare tu porti guerra, Messalla,
perché nella tua casa si mostrino le spoglie nemiche;
io qui sono avvinto dalle catene
d’una fanciulla seducente e siedo
come un portiere davanti alla sua porta sbarrata.

Io, mia Delia, non inseguo la gloria:
pur di restare con te non m’importa
che mi chiamino incapace e indolente.
Voglio specchiarmi in te quando verrà la morte
e in fin di vita tenerti con la mano che s’abbandona.
Mi piangerai, Delia, e composto sul letto del rogo
coi baci verserai lacrime amare.
Mi piangerai: il tuo petto non è cinto di ferro,
nel tuo tenero cuore non hai infissa una pietra.
Da quel funerale non ci saranno giovani,
né fanciulle che possano tornare a casa
senza lacrime agli occhi. E tu, mia Delia,
non contristare la mia ombra, abbi pietà:
non sciogliere i capelli, risparmia le tue morbide guance.

Intanto, finché il fato lo consente,
facciamo insieme l’amore: presto verrà la morte,
col capo coperto di tenebre, presto subentrerà
l’età dell’impotenza, e coi capelli bianchi
non sarà piú decoroso l’amore
o blandirsi a parole. Ora, ora è il tempo
di darci senza pensieri all’amore,
finché non è vergogna infrangere le porte
e dolce è intrecciare litigi. In questo campo
io sono condottiero e soldato valente;
voi, trombe e vessilli, sparite, via:
a chi ama l’avventura procurate ferite
e con queste la ricchezza. Io, spensierato,
col mio raccolto nel granaio,
riderò dei ricchi, riderò della fame.


I 2, Tibullo, Le catene di Venere


Versa vino schietto e col vino
scaccia i dolori che t’assalgono,
sì che premendo gli occhi di chi è stanco vinca il sonno:
nessuno svegli chi ha la mente stordita dal vino,
finché l’angoscia dell’amore non si plachi.

Alla mia fanciulla è stata imposta una custodia spietata
e con una spranga di ferro, impenetrabile,
è sbarrata la porta. Ti sferzi la pioggia,
porta d’un intrattabile padrone,
ti colpiscano i fulmini scagliati
per volere di Giove. Porta, porta,
sciogliti ai miei lamenti, apriti per me, per me solo,
e girando sui cardini furtiva
schiuditi senza far rumore;
se nella mia follia ti ho lanciato male parole,
perdonami: sul mio capo pregherò che ricadano.
Non puoi non ricordare tutto ciò
che supplicandoti ti dissi,
quando ai tuoi stipiti offrivo serti di fiori.

E anche tu, Delia, inganna senza timore i guardiani.
Osare si deve: Venere stessa aiuta chi ha coraggio.
Se un giovane tenta per primo una soglia, lei l’asseconda
e se una fanciulla coi denti di una chiave
socchiude la porta, è lei che le insegna
a strisciare furtiva dal morbido letto,
ad appoggiare il piede senza far rumore,
a scambiare davanti al suo uomo cenni eloquenti,
e a nascondere messaggi d’amore
in gesti convenuti. Ma non a tutti l’insegna:
solo a chi l’indolenza non l’attarda
o a chi il timore non gli vieta
di levarsi dal letto in una notte oscura.

Così per tutta la città
timoroso m’aggiro fra le tenebre

lei non permette che m’imbatta
in chi di ferro ferisca il mio corpo
o cerchi bottino rubandomi la veste.

Chi è in potere d’amore, in ogni luogo
può andarsene indenne e sicuro:
agguati non deve temere.
Non mi nuoce il freddo incombente
delle notti invernali e non la pioggia,
quando cade a rovesci: se Delia schiude la porta
e senza parlare mi chiama schioccando le dita,
non è, questa, fatica che mi pesa.
Fate finta di non vedermi,
uomini o donne, voi che m’incontrate:
Venere vuole celati i suoi amori furtivi.
Non spaventatemi col rumore dei vostri passi,
non chiedetemi il nome,
non avvicinate la luce ardente delle torce.
E se qualcuno per caso m’ha visto,
mantenga il segreto e per gli dei tutti
affermi di non ricordare:
facendone parola proverà
come Venere sia nata dal sangue
e dal mare impetuoso.

Tanto non potrà credergli
l’uomo che vive con te: cosí in verità
mi promise un’indovina coi suoi magici riti.
Dal cielo l’ho vista io trarre giú le stelle;
e può con gli incantesimi invertire
il corso rapido dei fiumi,
con la parola spaccare la terra,
evocare dai sepolcri le ombre,
strappare ai roghi fumanti le ossa;
ora con un sibilo magico
aduna le schiere infernali,
ora, aspergendole di latte,
al suo comando le disperde.

Quando vuole, spazza dal cielo imbronciato le nubi,
quando vuole, in piena estate fa scendere la neve.
Lei sola, dicono, possiede i filtri di Medea,
lei sola di Ècate sa domare i cani rabbiosi.
Le formule m’ha dettato con cui puoi allestire inganni:
pronunciale tre volte e tre volte sputa quando l’hai dette.
A nessuno che ci denunci potrà credere il tuo uomo,
no, nemmeno a sé stesso,
se insieme ci vedrà in un letto morbido.
Ma tu non andare con altri: lui vedrà ogni cosa;
solo se sei accanto a me non s’avvedrà di nulla.
‘Devo crederlo?’ Certo: lei stessa in grado si disse
con filtri e incanti di sciogliere il mio amore;
con le fiaccole m’ha purificato
e una vittima nera per gli dei della magia
cadde in una notte serena.
E pregavo non tanto che s’annullasse l’amore,
ma che mi fosse ricambiato:
fare a meno di te non vorrei esserne capace.

Fu di ferro chi, potendoti avere,
preferí, come uno stolto, inseguire prede e armi.
Davanti a sé spinga pure in catene
le schiere dei cilici e sulle terre conquistate
pianti le sue tende di guerra,
inforcando a briglia sciolta un cavallo
per farsi ammirare tutto vestito d’oro e argento.
Se invece io potessi, mia Delia,
con te aggiogare i buoi e pascere le greggi
sul monte che sai, e mi fosse consentito
tenerti con amore fra le braccia,
dolce sarebbe il mio sonno anche sulla nuda terra.
Che vale distendersi su un letto di porpora
senza un amore ricambiato,
quando viene la notte e una veglia di pianto?
Nemmeno piume o coperte a ricami,
nemmeno il mormorio d’un placido ruscello
potrebbero indurti a dormire.
Forse con parole di fuoco ho violato il nume di Venere
e ora la lingua sacrilega ne sconta la pena?
o mi si accusa d’essere entrato con empietà
nel tempio degli dei
e d’aver strappato corone ai sacri focolari?
Se io lo meritassi,
non esiterei a prosternarmi nei templi
e a imprimere di baci la soglia sacrata,
a trascinarmi supplicando per terra, in ginocchio,
e a percuotere in tormento col capo
la porta consacrata.

Ma tu, che lieto sorridi delle nostre sventure,
attento a te per il futuro:
non colpirà uno solo la divinità.
Chi irrideva gli amori infelici dei giovani,
l’ho visto, vecchio, piegare il collo alle catene di Venere,
ordire con voce tremante parole d’amore,
tentando con la mano
d’aggiustarsi i capelli bianchi;
non provava vergogna
d’attendere impalato davanti a una porta
o di fermare in mezzo al foro
l’ancella della donna amata.
Ragazzi e giovani gli si accalcano intorno
e ognuno sputa,
sputa nelle morbide pieghe della propria veste.

Fammi grazia, Venere: a te devota
è consacrata sempre la mia mente.
Perché, crudele, bruci le tue messi?


I 3, Tibullo, In terre sconosciute


Sull’onde dell’Egeo senza di me, Messalla,
voi ve ne andrete. Oh, se almeno tu e gli amici
vi ricordaste di me! Qui, tra i feaci, ammalato
mi trattiene una terra sconosciuta.
Allontana le tue avide mani,
morte tenebrosa; tienle lontane,
ti prego, nera morte. Qui non c’è mia madre,
che mesta nel grembo raccolga le ossa bruciate,
né mia sorella, che sulle ceneri sparga
profumi di Siria e con i capelli sciolti
pianga alle mie esequie. E neppure c’è Delia,
che prima di lasciarmi partire da Roma,
dicono che consultasse tutti gli dei.

Tre volte dalle mani di un ragazzo
estrasse a sorte i presagi e tre volte
quello le diede responsi innegabili:
tutti promettevano il mio ritorno,
ma lei non seppe trattenere il pianto,
guardando con ansia al mio viaggio.
Ed io, per tentare di consolarla,
quando avevo ormai predisposto tutto,
cercavo angosciato ogni motivo per ritardare,
adducendo a pretesto ora gli auspici,
ora i presagi infausti o infine che mi tratteneva
la maledizione del giorno di Saturno.
Quante volte, messomi in cammino, mi sono detto:
‘Inciampare col piede sulla soglia
è certo un segnale di malaugurio!’
Nessuno mai tenti di allontanarsi,
contro la volontà di Amore, oppure sappia
che parte con la proibizione del dio.

Che mi giova, Delia, la tua Iside ora?
che mi giovano quei bronzi che tante volte
la tua mano ha agitato
o quel tuo purificarti nell’acqua,
seguendo piamente il rito,
quel tuo dormire da sola, ricordo,
in un letto illibato?
Ora, ora, dea, soccorrimi (che tu mi possa guarire
lo mostrano tutti gli ex voto dei tuoi templi);
in cambio la mia Delia, sciogliendo i suoi voti,
sederà vestita di lino
davanti all’ingresso sacrato
e, sciolti i capelli, due volte al giorno
canterà le tue lodi come ti è dovuto,
distinguendosi tra la folla degli egizi.
Invece a me spetterà venerare i Penati paterni
e ogni mese offrire l’incenso al Lare antico.

Com’era felice la vita sotto il regno di Saturno,
prima che la terra fosse aperta a viaggi lontani!
Sfidato ancora non aveva il pino
le onde azzurre del mare e offerto al vento
vele spiegate, né in cerca di lucro,
battendo terre sconosciute, un marinaio
aveva colmato la nave di merci straniere.
Mai in quel tempo un toro
sottomise al giogo la propria forza,
né un cavallo con la bocca domata morse il freno;
nessuna casa aveva porte e
non si piantavano pietre nei campi
per fissare confini invalicabili ai poderi.
Stillavano miele le querce
e spontaneamente le agnelle
gonfie di latte offrivano le poppe
alla gente serena.
Non c’era esercito, né rabbia, guerre
o un fabbro disumano
che con arte crudele foggiasse le spade.
Ora sotto la signoria di Giove
non vi sono che ferite ed eccidi,
ora il mare, ora le mille vie
d’una morte improvvisa.

Padre mio, risparmiami! Timorato come sono
non mi rimordono spergiuri
o empie parole contro la santità degli dei.
Se oggi ho compiuto gli anni assegnati dal fato,
concedi che sulle mie ossa
si erga una lapide con questo inciso:
‘Qui giace, consunto da morte crudele, Tibullo,
mentre seguiva Messalla per terra e mare’.

Ma, poiché sempre m’arrendo alle carezze d’amore,
Venere in persona mi guiderà nei campi Elisi.
Qui regnano danze e canzoni,
intrecciando voli, gli uccelli
con voce acuta intonano i loro dolci gorgheggi;
il suolo incolto genera cannella
e per tutta la campagna la terra
a profusione fiorisce di rose profumate,
mentre schiere di giovani folleggiano
insieme a fanciulle in fiore e l’amore
accende continue battaglie.
Tutti quaggiú sono gli amanti
che la rapacità della morte raggiunse
e sui capelli lucenti recano corone di mirto.

La sede dei reprobi invece
giace nascosta nella profondità della notte
circondata dal cupo rumore dei fiumi;
scarmigliata v’imperversa Tisífone,
che per capelli ha feroci serpenti,
e la turba degli empi si disperde in ogni dove.
All’ingresso con le fauci di drago
nero sibila Cerbero,
che dinnanzi ai battenti di bronzo monta la guardia.
Nel vortice di una ruota laggiú
gira il corpo scellerato d’Issione,
che non si peritò d’insidiare Giunone;
e disteso su nove iugeri di terra
Tizio con le sue nere viscere
nutre gli uccelli che imperversano.
Laggiú è Tantalo e intorno ha uno stagno,
ma quando è sul punto di bere
l’acqua elude la sua sete pungente;
e la prole di Dànao,
che ha offeso le leggi di Venere,
porta in botti senza fondo le acque del Lete.

Laggiú, laggiú finisca
chi tentò di violare il mio amore,
augurandomi una milizia senza fine.
Ma tu conservati pura, ti prego,
e custode del tuo casto pudore,
ti sieda sempre vicino una vecchia premurosa,
che raccontandoti favole, alla luce della lucerna,
tragga dalla gonfia conocchia
l’interminabile suo filo,
finché accanto la giovane,
al suo compito faticoso intenta,
non sia vinta dal sonno a poco a poco
e lasci in terra cadere il lavoro.
A quel punto vorrei d’improvviso arrivare,
senza che prima nessuno mi annunci,
comparirti davanti come piovuto dal cielo.
A quel punto, cosí come sarai,
con i lunghi capelli scarmigliati,
a piedi scalzi corrimi incontro, mia Delia.
Questo io prego: che su cavalli dorati
splendente l’aurora mi porti
l’alba radiosa di un giorno cosí.



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