Tibullo (parte seconda)

 

I 4, Tibullo, Il fuoco di Màrato


‘T’auguro, Priapo, di stare sotto una pergola ombrosa,
perché sole e neve non t’affliggono il capo.
Qual è l’abilità che hai nel sedurre i giovani in fiore?
Certo, non hai barba che splenda, capelli curati;
nudo te ne stai nel freddo della bruma invernale,
nudo nella siccità della canicola estiva.’

Così gli dissi; e il figlio di Bacco, rustico nume
armato della sua falce ricurva, cosí mi rispose:

‘Mai, non affidarti mai alla sensibilità dei giovani:
hanno sempre una scusa che giustifica l’amore.
Questo piace perché serrando le brighe frena il cavallo,
questo perché col petto di neve fende le onde tranquille,
questo ti prende perché come un prode dà prova d’audacia;
quello, invece, perché sulle sue guance morbide
ha diffuso un pudore verginale.
Ma tu non infastidirti se accade
che all’inizio si neghi: a poco a poco
offrirà lui stesso a giogo il suo collo.
Tempo occorre che i leoni imparino i comandi dell’uomo,
tempo occorre che le gocce d’acqua corrodano le pietre;
un anno su colline assolate l’uva matura,,
un anno con alternanza immutata
riporta le stelle lucenti.
Non temere di fare giuramenti:
il vento disperde gli spergiuri di Venere
per le terre e sul mare, rendendoli vani.
Grazie infinite a Giove! Il Padre stesso
decretò che non avesse valore il giuramento
pronunciato con passione da un insensato amante;
impunemente ti consente di giurare Diana
per le sue frecce e Minerva per le sue chiome.
Ma fallirai se agirai con lentezza:
passerà il tempo, e quanto presto!
Il giorno non indugia e non ritorna.
Quanto presto perde la terra i colori di porpora,
quanto presto il pioppo svettante le sue belle chiome!
Come giace il cavallo, che fuori dal recinto di Elea
un tempo si lanciava, quando viene
il fato della malferma vecchiaia.
Ho visto gente, ormai sotto il peso degli anni,
dolersi d’avere in gioventú con stoltezza
bruciato i propri giorni. O dei spietati!
Cambiando pelle il serpente si spoglia dei suoi anni,
ma alla bellezza i fati nessuna durata hanno concesso.
Solo a Bacco e Febo fu data eterna giovinezza
e solo a loro si addicono capelli folti e fluenti.

Tu, qualunque capriccio verrà in mente al tuo ragazzo,
cedi: con l’arrendevolezza
amore vincerà infiniti ostacoli.
Non rifiutare d’essergli compagno
per quanto sia lunga la strada
e l’arsura dell’estate bruci i campi di sete;
per quanto, orlando il cielo d’un tratto di porpora,
l’arcobaleno, che l’annuncia,
ammanti la pioggia imminente.
Se vorrà andare in barca sull’azzurro delle onde,
tu stesso coi remi spingi sull’acqua quel legno leggero.
Non lamentarti di subire fatiche inumane
o di logorarti le mani in lavori non tuoi;
se intende cingere di reti il fondo della valle,
pur di piacergli, non negarti di portarle in spalla.
Se preferisce la scherma, battiti con mano leggera,
offrendogli, perché vinca, il fianco scoperto.
Sarà remissivo allora con te
e potrai strappargli baci d’amore:
resisterà, ma poi te li darà come tu vuoi.
Prima dovrai carpirglieli, ma se lo preghi,
te li offrirà lui stesso e infine
vorrà cingerti il collo con le braccia.
Ahimè! questa generazione d’oggi
non ha riguardo alcuno per l’arte d’amare:
già in tenera età questi giovani
si sono abituati a chiedere regali.
Ma a te, che per primo insegnasti a vendere l’amore,
chiunque tu sia, sciagurato,
una pietra tombale pesi sulle ossa.

Amate le Pièridi, ragazzi, l’afflato dei poeti,
e sulle Pièridi non prevalgano i doni d’oro.
Grazie alla poesia, di porpora è la chioma di Niso;
se poesia non ci fosse,
non brillerebbe l’avorio sulla spalla di Pèlope.
Chi è celebrato dalle Muse
vivrà finché saranno querce sulla terra,
stelle in cielo e acque nei fiumi.
Ma chi non ascolta le Muse e commercia l’amore,
dovrà seguire sull’Ida il carro di Opi,
riparare nei suoi vagabondaggi in trecento città
e recidersi il membro disprezzato
al ritmo del flauto di Frigia.
Venere stessa vuole che alle carezze si ceda,
accordando favore alle suppliche di chi si lamenta
e al pianto degli sventurati’.

Questo mi disse il dio, perché lo ripetessi a Tizio,
ma a lui la moglie impedisce di ricordarsene.
E Tizio le obbedisca! Ma come maestro
celebratemi voi, voi che uno scaltro giovinetto
maltratta continuamente con le sue arti.
A ciascuno la sua gloria; vengano a consultarmi
gli amanti respinti: per tutti è aperta la mia porta.
Tempo verrà, che una schiera attenta di giovani
mi seguirà, quando, ormai vecchio,
impartirò i precetti dell’amore.

Ahimè! di quale lento fuoco mi tortura Màrato!
Mi mancano le arti, mi mancano gli inganni.
Pietà, ragazzo, ti prego: che io con vergogna
non diventi la favola di tutti,
quando del mio sterile magistero rideranno.



I 5, Tibullo, L’amore perduto


Furioso, questo ero: mi dicevo
che bene avrei sopportato il distacco,
ma ora lontano è da me il vanto d’avere coraggio:
sto girando come una trottola,
mossa sul selciato a colpi di frusta,
che un fanciullo nel vortice sospinge
con la destrezza che gli è nota.

Brucialo questo ribelle, torturalo,
che in futuro non possa piú vantarsi;
doma questo suo squallido linguaggio.

Ma tu non infierire, te ne prego,
per il patto segreto che ci uní a letto,
per Venere e le nostre teste posate vicine.
Sono io che, quando giacevi
colpita da un male crudele,
con i miei voti, è risaputo,
ti ho strappata alla morte;
sono io che, bruciando intorno a te
zolfo vergine, ti ho purificata,
dopo che la vecchia aveva intonato
le sue formule magiche;
sono io che da te le visioni funeste
ho rimosso, perché non ti nuocessero,
scongiurandole tre volte col farro consacrato;
sono io che con la tunica sciolta
e vestito di lino
ho nel silenzio della notte
offerto a Trivia nove voti.
E tutti li ho sciolti, ma un altro
ora si gode il tuo amore,
giovandosi felice delle mie preghiere.

Come un pazzo sognavo per me una vita felice,
se tu fossi guarita, ma un dio si opponeva.
‘Lavorerò in campagna e accanto a me
sarà la mia Delia a custodire le biade,
mentre sull’aia al calore del sole
si trebbieranno le messi, o sorveglierà
nei tini ricolmi la mia vendemmia
e lo spumeggiare del mosto
spremuto dal ritmo dei piedi;
si abituerà a contare le mie greggi;
e lo stesso schiavetto impertinente
si abituerà a giocare in grembo
ad una padrona che l’ama.
E lei imparerà ad offrire
agli dèi dei contadini i grappoli per la vite,
le spighe per la messe, il cibo per il gregge;
e comanderà su tutti, si curerà di tutto,
mentre in tutta la casa
felice sarò io di non contar piú nulla.
Qui verrà il mio Messalla e per lui Delia
dalle piante migliori raccoglierà la frutta matura;
e piena di rispetto per un uomo cosí illustre,
se ne occuperà con premura,
gli preparerà un banchetto e lo servirà lei stessa.’

Questi i miei sogni; ma ora Euro e Noto
li disperdono tra i profumi dell’Armenia.

Spesso ho tentato di cacciare gli affanni col vino,
ma il dolore m’ha mutato ogni vino in pianto.
Spesso ho tenuto fra le braccia un’altra,
ma quando già ero vicino al piacere
Venere mi evocò l’amata abbandonandomi;
e quell’altra, staccandosi da me,
allora mi disse stregato:
anche se si vergogna, racconta che la mia donna
conosce pratiche indicibili.

No, non mi seduce con sortilegi,
ma col suo viso, con le sue tenere braccia
la mia donna mi strega, con i suoi capelli biondi.
Così un giorno Teti, nereide azzurra,
su un pesce imbrigliato fu trasportata
verso Peleo, re dell’Emonia.

Questo il mio male. Se un amante ricco sta con lei,
a mia rovina venne un’astuta mezzana:
come vorrei che si cibasse di carne squartata
e con la bocca imbrattata di sangue
vuotasse colmi di fiele calici amari;
che intorno le volassero le anime
che piangono il loro destino,
mentre sul tetto senza posa
un gufo soffia la sua rabbia;
che, aizzata dai morsi della fame,
cercasse fra i sepolcri erbe e ossa
abbandonate dai lupi crudeli;
e che corresse ululando per tutta la città
con gli inguini scoperti,
inseguita da una muta di cani,
che implacabili la cacciano da un crocicchio all’altro.
Così avverrà: un dio me l’annunzia.
Ogni innamorato ha i suoi numi, e Venere,
se viene a torto abbandonata, non perdona.

Ma tu dimentica al piú presto
gli insegnamenti interessati di questa tua maga.
E forse con i doni che si guadagna l’amore?
Un amante povero sarà sempre ai tuoi comandi;
un amante povero sarà il primo a presentarsi
e starà instancabile al tuo giovane fianco;
un amante povero nella ressa della gente,
compagno fedele, ti darà il braccio aprendoti la strada;
un amante povero in casa di amici discreti
ti accompagnerà di nascosto
e dai piedi color di neve
egli stesso ti slaccerà i calzari.

Ahimè, inutilmente canto:
vinta dalle parole non si apre la porta:
a mani colme va bussata.
Ma tu, che oggi a me sei preferito,
trema per ciò che m’hai rubato:
in un solo giro di ruota, un attimo
e cambia la fortuna.
Non senza ragione già ora sulla soglia
s’arresta a curiosare un uomo,
lancia qualche sguardo e scompare,
finge d’andarsene oltre la casa,
ma subito torna sui passi, solitario,
e tossisce ogni volta davanti alla porta.
Non so cosa in segreto ti prepari Amore.
Dunque approfitta finché t’è concesso:
la barca galleggia in acque tranquille.



I 6, Tibullo, L’infedeltà di Delia


Sempre, per ingannarmi,
mi mostri il volto sorridente, Amore;
poi, per mia sventura, diventi scontroso e severo.
Perché tanto crudele sei con me?
Torna forse a maggior vanto di un dio
tramare insidie a un uomo?

Mi si tendono lacci:
già di nascosto Delia, nel silenzio della notte,
con astuzia si scalda in seno non so quale amante.
Eppure lei quante volte lo nega;
non è facile crederle, perché anche al suo uomo
sul mio conto nega, continuamente nega.
Io stesso le ho insegnato, per sventura,
come si possa ingannare un guardiano.
Ed ora, ahimè, dalle mie arti sono avvinto.
Ora sa fingere pretesti
per dormire da sola,
e sa come far girare una porta
senza che cigolino i cardini;
allora io le ho dato estratti d’erbe
per cancellare i lividi
che, con il segno dei denti, il mutuo amore produce.

Ma tu, uomo incauto di quella fanciulla bugiarda,
bada anche a me, guarda che lei non commetta peccati:
evita che intrattenga giovani
conversando a lungo con loro,
che stia adagiata con la veste slacciata e il seno scoperto;
bada che non t’inganni con un cenno,
che intingendo un dito nel vino
non tracci segni sul piano del desco.
E stai all’erta ogni volta che esce,
anche se dice di voler assistere
ai riti in onore della dea Bona,
dove gli uomini non possono entrare.
Ma se tu l’affidassi a me,
sarei il solo a seguirla sino agli altari
e non avrei timore di perdere gli occhi.

Spesso fingendo d’esaminare gemme e sigillo,
con questo pretesto ricordo
d’averle toccato la mano;
spesso col vino puro t’ho piegato al sonno,
mentre io, per vincerti, bevevo sobriamente
bicchieri riempiti di nascosto con l’acqua.
Non ti ho offeso a cuor leggero: perdona a chi confessa;
Amore me l’ha imposto.
Chi combatterebbe contro gli dei?
Sono io (non mi vergogno piú d’ammettere il vero)
quello contro cui tutta la notte la tua cagna abbaiava.
Che bisogno hai d’una giovane compagna,
se non sai guardare i tuoi beni?
Non ha senso avere una chiave nella toppa.
Ti tiene fra le braccia, ma sospira altri amori lontani
e simula che all’improvviso le venga un cerchio alla testa.
E dammela in custodia:
io non rifiuto d’essere percosso a sangue,
io non ricuso le catene ai piedi.

Statemi lontani voi che con arte curate i capelli
e lasciate che fluente la toga
cada in una miriade di pieghe;
e chi ci viene incontro, se non vuol essere in colpa,
si fermi lontano, si fermi, lo prego, in un’altra strada.
Ordina cosí la divinità
e cosí con voce ispirata
la grande sacerdotessa m’ha divinato:
Quando l’impulso di Bellona la colpisce,
nel suo delirio non teme l’ardore della fiamma,
né i colpi della sferza;
lei stessa rabbiosa si ferisce le braccia
con la scure e senza soffrire
bagna col sangue che scorre la dea;
col fianco trafitto dal ferro resta salda in piedi,
in piedi ferita nel petto,
e predice gli eventi come la gran dea comanda:
‘Non azzardatevi a violare una fanciulla
che Amore custodisce,
perché nel tempo per vostra disgrazia
non dobbiate dolervi di saperlo;
a chi la tocca le ricchezze si dilegueranno,
come il sangue dalle nostre ferite,
come questa cenere è dispersa dai venti’.

E a te, mia Delia, predisse non so quali castighi;
ma anche se commetti una colpa,
io la prego che abbia indulgenza.
No, non è per te che m’impietosisco:
mi commuove tua madre,
quella vecchia d’oro disarma la mia collera;
lei nelle tenebre a me ti conduce
e piena di paura, di nascosto,
ci congiunge senza una parola le mani;
lei m’attende la notte, immobile dietro la porta,
e quando m’avvicino,
di lontano riconosce il rumore dei miei passi.
Possa tu vivere a lungo, vecchina mia:
se ciò fosse possibile,
vorrei ai tuoi aggiungere i miei anni;
sempre t’amerò e per amor tuo amerò tua figlia:
faccia quel che faccia, è pur sempre sangue del tuo sangue.
Ma che sia casta, questo insegnale,
anche se un nastro non le ferma in un nodo i capelli
e lunga sino ai piedi non ha la sua stola.

Mi siano pure imposte le leggi piú dure:
ch’io non possa lodare donna,
senza che lei si avventi agli occhi miei;
e se crede ch’io l’abbia tradita, anche se innocente,
che sia preso per i capelli
e trascinato giú lungo le strade.
Non vorrei mai percuoterti,
ma se un tale furore m’assalisse,
il desiderio sarebbe di non avere mani.
Non essere però casta per timore di pene:
l’amore a tua volta ti conservi fedele
anche quando sono lontano.

La donna, che a nessuno fu fedele,
negli anni, spossata dalla vecchiaia,
ridotta in miseria, con la mano tremante
torce e ritorce i fili, annoda i licci
per ordire una tela tessuta a mercede,
carda e monda la lana di un vello color di neve.
Godono in cuore, osservandola, le schiere dei giovani:
‘È giusto’, commentano, ‘che da vecchia
lei sopporti tanti malanni’;
e mentre piange, dalla cima dell’Olimpo
altera Venere l’osserva
e le rammenta quanto sia severa con chi la tradisce.
Altri, altri colpiscano queste maledizioni:
noi siamo l’un l’altro esempio d’amore,
anche quando bianchi avremo i capelli.



I 7, Tibullo, A Messalla per augurio


Questo è il giorno che le Parche predissero,
filando gli stami del fato,
che nessun dio mai può recidere;
questo, che avrebbe sconfitto le genti d’Aquitania
e atterrito l’Àtace, vinto da un esercito di prodi.

Cosí è stato, e ancora una volta la gioventú romana
poté ammirare i trionfi e i condottieri nemici
con le braccia in catene,
mentre, tirato da cavalli scalpitanti,
un cocchio d’avorio ti portava, Messalla,
fregiato col lauro dei vincitori.
Non senza il mio braccio ti venne questo onore:
testimoni sono i Pirenei dei tarbelli
e il lido dei sàntoni che guarda l’Oceano;
testimoni la Saona e il rapido Rodano,
la vasta Garonna e la Loira,
onda azzurra del biondo càrnuto.

Dovrò dunque cantarti, Cidno,
che in silenzio dolcemente fluendo
serpeggi azzurro in un letto d’acque tranquille?
o dire a quali altezze i picchi del gelido Tauro,
che nutre gl’irsuti cilici,
tocchino le nubi del cielo?
Perché ricordare come la candida colomba,
sacra ai siri di Palestina,
volteggi intoccabile sulle città popolose?
o come Tiro, la prima città
che seppe affidare ai venti una nave,
dall’alto delle sue torri sorvegli
l’immensa distesa del mare?
o ancora come il Nilo diventi fecondo
gonfiandosi d’acqua in estate,
quando Sirio spacca i campi riarsi?

Per qual motivo e in quali terre,
padre Nilo, potrei mai dire
che nascondi le tue sorgenti?
Grazie a te non chiede mai pioggia la tua terra,
né l’erba inaridita l’invoca da Giove.
La gioventú straniera,
che piange il bue di Menfi,
ti celebra onorando il suo Osiride.

Osiride, che per primo con mano accorta
costruí un aratro e col ferro
arò le zolle della terra;
che a questa ancora vergine
per primo affidò le sementi,
cogliendo frutti da piante mai conosciute.
E che insegnò come legare ai pali i tralci della vite,
come sfrondarne con la lama del falcetto
l’esuberanza delle foglie.
A lui per primo, spremute a caso dai piedi,
le uve mature offrirono gradevoli sapori.
E quel liquore insegnò a modulare le voci nel canto,
a muovere le membra inesperte scandendo il ritmo;
e al cuore del contadino, spossato da grandi fatiche,
largí il vino l’evasione dalla tristezza:
anche se le caviglie
risuonano percosse da dure catene,
il vino dona pace ai mortali infelici.
Non ti si addice, Osiride,
la tristezza degli affanni e del pianto,
ma il canto, la danza e un amore spensierato,
e ancora i fiori variopinti,
la fronte incoronata di corimbi,
e un mantello giallo che cade su giovani piedi,
e vesti di Tiro e il suono dolce del flauto,
e canestri leggeri, che celano i simboli
di riti misteriosi.
Qui vieni e con cento scherzi, con danze
celebra il Genio e tutte di vino bagna le tempie.
Dai suoi capelli lucenti stillino aromi
e sulla testa, intorno al collo
indossi morbide corone.
Cosí vieni, dio del presente,
ch’io possa offrirti in onore l’incenso
e porgerti dolci focacce di miele mopsopio.

A te, invece, cresca una prole,
che estenda le imprese del padre,
e in venerazione ti faccia corona da vecchio.
Chi abita di Tuscolo la terra
e la candida Alba dell’antico Lare,
non ometta il ricordo della strada,
perché qui a tue spese
vengono stesi e pressati mucchi di ghiaia,
congiunte le selci a regola d’arte.
Canta le tue lodi il contadino, quando alla sera
torna dalla grande città,
riportando salvi i suoi piedi.

Ma tu, perché per anni innumerevoli
ti si possa celebrare, Genio natale,
torna a noi piú luminoso, piú luminoso sempre.

I 8, Tibullo, A Fòloe per Màrato


Non mi è possibile certo ignorare
cosa annuncino il cenno di un innamorato
o le parole sussurrate con voce suadente:
non dispongo d’oracoli o di viscere
che rivelino il volere divino;
neppure il canto degli uccelli
mi predice il futuro;
ma Venere stessa, legandomi le braccia
con nodi magici alla schiena,
a suon di frusta m’ha istruito.
E non far finta di nulla: spietata
la dea brucia di piú chi contro voglia
vede piegarsi ai suoi comandi.

Che ti giova ormai aver cura dei tuoi capelli sottili,
cambiare continuamente la loro acconciatura,
imbellettare le guance di rosso vivo,
farti tagliare le unghie
da chi per professione ha mano esperta?
Muti veste invano ormai, invano mantello,
invano stretti calzari comprimono i tuoi piedi.
Lei invece resta seducente,
anche se si presenta senza trucco in volto
o senza essersi acconciato il capo luminoso
con snervanti artifici.

Forse con incantesimi o con erbe,
che fanno impallidire,
ti ha stregato una vecchia
nel cuore silenzioso della notte?
Gli incantesimi al campo del vicino
sottraggono le biade;
gli incantesimi arrestano il cammino
del serpente irritato;
gli incantesimi tentano di trarre giú la luna
dal suo carro e ci riuscirebbero
se di colpi non tuonassero i bronzi.
Ma perché lagnarsi, se incantesimi o erbe
ti hanno per disgrazia nociuto?
A magici aiuti la beltà non ricorre:
ciò che ti nuoce è averne accarezzato il corpo,
averla baciata e baciata,
avere intrecciato alle sue gambe le tue.

Ma tu ricorda di non essere fredda con un ragazzo:
Venere infligge castighi a chi si mostra scontrosa.
E non chiedergli doni: questi deve offrirli
l’amante dai capelli bianchi
per scaldare il torpore del suo membro
contro un morbido seno.
Un giovane è piú prezioso dell’oro,
gli brilla liscio il volto
e una barba irsuta non offende l’amplesso.
Sotto le sue spalle ponigli le tue braccia splendide
e fa’ che non esistano
le immense ricchezze dei re.
Trova Venere sempre il modo
che di nascosto il ragazzo giaccia con te
e, malgrado il timore, con ritmo incessante,
fecondi il tuo morbido grembo;
che anelando e tormentandoti con la lingua,
ti bagni di baci e sul collo
t’imprima il segno dei suoi morsi.

Non servono pietre preziose e gemme
a una donna che indifferente dorme sola
e di nessun uomo suscita il desiderio.
Troppo, troppo tardi si rimpiange l’amore,
troppo tardi la giovinezza,
quando la vecchiaia, guastandolo,
imbianca un volto segnato dagli anni.
Allora, allora si vorrebbe essere belli
e cambiare capigliatura,
perché, tinta col mallo verde della noce,
dissimuli i tuoi anni;
nasce allora la voglia di strappare
sin dalle radici i capelli bianchi
e di mostrare un volto nuovo
lisciandosi la pelle.

Ma tu, finché l’età della giovinezza fiorisce,
approfittane: senza indugi, di corsa sparisce;
e non affliggere Màrato: che gloria ti reca
l’avere vinto un giovane?
Sii dura con i vegliardi, fanciulla, e
risparmia questo virgulto, ti prego.
Non è una malattia pericolosa,
ma un amore straziante
la causa del pallore che gli sbianca il volto.
Quante volte, anche in tua assenza,
ti rivolge quel poveretto i suoi mesti sospiri,
e ogni cosa intorno a lui si bagna di lacrime.

‘Perché mi disprezzi?’ dice. ‘I guardiani
potevamo eluderli: la divinità
a concesso agli amanti il dono dell’inganno.
Conosco l’amore furtivo:
so come si trattiene in un soffio il respiro,
so come si rubano i baci senza far rumore;
e sono in grado di strisciare
nel cuore della notte,
di aprire di nascosto e senza strepito una porta.
Ma queste astuzie che mi servono,
se spietata disprezza la fanciulla
l’innamorato infelice e fugge via dal suo letto?
E quand’anche promette
quella perfida subito m’inganna
e a vegliare sono costretto
fra interminabili tormenti;
qualunque cosa si muova, quando sogno che venga,
m’illudo che sia il rumore dei suoi passi.’

Smettila di piangere, ragazzo: lei non si piega;
e stanchi ormai di lacrimare
si gonfiano i tuoi occhi.
T’avverto, Fòloe: gli dei odiano i superbi e
non serve offrire incenso ai loro focolari.
Màrato, proprio Màrato
un tempo derideva gli innamorati infelici,
ignaro che la vendetta divina gli stava alle spalle.
Dicono anche che spesso ridesse
delle lacrime di chi si doleva
e che tenesse a bada chi l’amava,
inventando pretesti;
ora detesta ogni tipo d’orgoglio,
ora l’amareggia qualunque porta
che ostinatamente sprangata gli si opponga.
Ma un castigo t’attende:
se non la smetti di far la superba,
quanto, quanto vorrai con i tuoi voti
richiamare a te questo giorno!



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