Tibullo (parte sesta)

APPENDICE – TESTIMONIANZE



Domizio Marso, fr. 7 M.

Anche te in giovane età, Tibullo, ingiusta morte
mandò, compagno a Virgilio, nei campi Elisi,
perché non ci fosse piú chi piangesse in elegie i dolci amori
o chi cantasse in ritmi solenni guerre di re.


Anonimo, Vita di Tibullo


Albio Tibullo, cavaliere romano di Gabi, bello d’aspetto e distinto nel portamento, fu amico soprattutto dell’oratore Messalla Corvino e suo compagno d’armi nella guerra aquitana. A parere di molti occupa il primo posto fra gli scrittori di elegie.
Anche le sue epistole d’amore, sia pure brevi, sono senza dubbio finissime. Morí giovane, come rivela l’epigramma scritto sopra.



Q. Orazio Flacco, Odi I 33


Albio, Albio, non dolerti cosí al ricordo
della crudele Glícera, non intonare
solo e sempre lamentose elegie, se un giovane,
rotta la fede, t’eclissa ai suoi occhi.
Con la sua bella fronte, per Ciro Licòride
avvampa d’amore e Ciro invece la fugge
per la scontrosa Fòloe: ma prima che questa
si conceda a un amante che disprezza,
le capre si uniranno ai lupi delle Puglie.
Cosí piace a Venere, che per suo diletto
crudelmente sottomette all’insopportabile
giogo anima e corpo differenti.

Anch’io, e mi chiamava piú nobile amore,
fui ridotto in dolci ceppi dalla liberta
Mírtale, piú sfrenata dei fluiti del mare
che scavano le insenature calabre.



Q. Orazio Flacco, Epistole I 4


Albio, Albio,
critico sereno delle mie satire,
che fai a Pedio?
Lasciami pensare:
scrivi forse poesie
da far dimenticare Cassio Parmense,
o vai per boschi a ritemprarti
silenzioso come uno smemorato
che si perda a considerare
ciò che è degno o no d’uomini civili?
Tu non eri cosí avvilito un tempo:
gli dei ti diedero bellezza,
ricchezze, e l’arte di goderne.
Cos’altro potrebbe augurare
l’affetto di una nutrice
al figliolo che si cresce in seno?
d’avere buon senso,
di poter dire ciò che pensa,
di godere favori, credito e salute,
di vivere decentemente
con qualche quattrino in tasca.
Fra speranza e affanni,
fra timori e rabbia,
immagina
che l’alba di ogni giorno
sia l’ultima per te:
le ore che seguiranno
e non speravi piú
tutte un incanto.
Ma se vuoi ridere
vieni a trovarmi:
sono grasso e lustro,
la pelle curata a dovere,
un porco, un porco epicureo.



P. Ovidio Nasone, Amori I 15, 27-28


finché le fiamme e l’arco saranno armi d’Amore,
si canteranno i tuoi ritmi, raffinato Tibullo



P. Ovidio Nasone, Amori III 9


Se una madre pianse Mèmnone, se una madre Achille,
e destino crudele anche le grandi dee colpisce,
sciogli in lacrime, Elegia, i tuoi capelli innocenti:
ora avrai, ahimè, un nome fin troppo vero.
Il poeta della tua arte, lui, la tua gloria, Tibullo,
un corpo ormai senza vita, arde in cima al rogo.
Ecco il figlio di Venere con la faretra rovesciata,
l’arco spezzato e la fiaccola spenta;
guarda come avanza mesto con le ali abbassate
e come si batte il petto nudo con mano ostile.
I capelli sparsi sul suo collo sono intrisi di lacrime
e con la bocca tremante non fa che singhiozzare.
Cosí, nobile Iulo, è noto che da casa tua uscisse
per il funerale di suo fratello Enea.
E per la morte di Tibullo meno non si turba Venere
di quando al suo giovane squarciò il ventre un feroce cinghiale.
Eppure sacri, in grazia agli dei siamo detti noi poeti
e c’è chi pensa che possediamo forza divina.
Ma la morte impietosa, si sa, profana anche ciò che è sacro
e su ogni cosa impone le sue mani oscure.
Che serví al tracio Orfeo il padre, che gli serví la madre
e aver vinto e stordito col canto le fiere?
Anche per Lino si dice che il padre, forzando la cetra,
abbia levato nel fitto dei boschi un canto di lamento.
E ancora il figlio di Meonia, a cui, come a fonte perenne,
si dissetano con l’acqua delle Muse le labbra dei poeti:
nel nero Averno lui pure sommerse il giorno estremo;
solo la poesia sfugge alla rapacità del rogo.
Per voce di poeti è immortalato l’assedio di Troia,
la tela interminabile disfatta ad arte nella notte:
cosí Nèmesi e Delia, recente passione l’una,
suo primo amore l’altra, avranno fama imperitura.
A che mai vi servono i riti sacri? a che giovano i sistri
d’Egitto? l’aver dormito in un letto vuoto?
Quando infame destino ghermisce chi è buono, perdonatemi,
sono portato a credere che gli dei non esistano.
Vivi in virtú: in virtú morrai; celebra i riti: mentre celebri,
dal tempio a forza la morte ti strapperà in fondo a un sepolcro.
Affídati ai valori della poesia: ecco, Tibullo è morto;
di lui rimane il niente che una piccola urna contiene.
T’hanno dunque sul rogo, divino poeta, rapito le fiamme,
nutrendosi senza temere del tuo cuore?
I templi d’oro di dei consacrati avrebbero dovuto ardere,
se hanno potuto sopportare tale sacrilegio.
La signora della rocca di Èrice ha distolto gli occhi
e c’è chi dice che non sapesse trattenere le lacrime.
Meglio cosí, meglio che, ignorato, la terra dei feaci
l’avesse sepolto in una fossa comune.
Qui almeno in punto di morte ti chiuse gli occhi in lacrime
tua madre e alle tue ceneri rese l’ultima offerta;
qui a dividere il suo dolore inconsolabile
venne tua sorella, strappandosi i capelli scarmigliati,
e ai baci dei tuoi cari unirono i loro il tuo primo amore
e Nèmesi, strette intorno al tuo rogo.
Allontanandosi Delia diceva: ‘In tempi piú felici
m’hai amata: vivo eri, finché fui la tua fiamma’.
E Nèmesi: ‘Perché t’affliggi d’una perdita che è mia?
teneva me in fin di vita con la mano malferma’.
Ma se di noi qualcosa rimane che non sia solo un nome
o un’ombra, Tibullo vivrà nei campi Elisi.
Incontro a lui, insieme al tuo Calvo e col capo giovanile
cinto d’edera, verrai tu, colto Catullo;
e se a torto t’accusarono d’aver tradito l’amico,
tu pure verrai, Gallo, che col sangue sacrificasti la vita.
A loro sarà compagna la tua ombra, se il corpo ha un’ombra;
con te s’allarga il numero dei giusti, elegante Tibullo.
Che le tue ossa, al sicuro nell’urna, riposino in pace,
questo prego, che sulle tue ceneri non pesi la terra.



P. Ovidio Nasone, Tristezze II, 447-464


Tibullo ritiene insensato fidarsi dei giuramenti,
perché la donna nega a ogni uomo dell’altro;
ma confessa d’averle insegnato anche a ingannare i custodi,
malgrado poi dica d’essere vessato dalle sue stesse arti;
ricorda d’aver toccato spesso la mano dell’amante
col pretesto d’ammirare una gemma o il suo sigillo,
e, come dice, d’averle parlato a cenni o con le dita,
tracciando segnali di nascosto sul bordo della tavola;
svela con quali impiastri si cancellino dal corpo i lividi,
che l’irruenza delle labbra può lasciare;
e infine a quel marito troppo ingenuo chiede
di badare anche a lui, perché sia lei meno infedele.
Sa per chi sono i latrati quando passeggia solitario,
per chi lui continua a tossire innanzi a una porta sprangata,
e dà cento precetti per questi intrighi, educando
le spose all’arte d’ingannare il loro uomo.
Ma ciò non gli arrecò danno: Tibullo anzi è letto
con piacere ed era ormai celebre all’inizio del tuo principato.



P. Ovidio Nasone, Tristezze IV 10, 51-52


… gli artigli del destino
non concessero a Tibullo il tempo d’essermi amico.



C. Velleio Patercolo, II 36, 3


Quasi sciocca è l’enumerazione degli ingegni che stanno sempre davanti agli occhi, fra i quali soprattutto emergono nella nostra epoca il principe della poesia Virgilio, e Rabirio e Livio, che ha eguagliato Sallustio, e Tibullo e Nasone, perfettissimi nella forma della loro opera: dei vivi infatti è difficile non solo la grande ammirazione, ma anche la critica.



M. Fabio Quintiliano, X 1, 93


Anche nell’elegia, in cui mi appare autore terso ed elegante soprattutto Tibullo, gareggiamo con i greci. Vi è però chi preferisce Properzio. Ovidio è invece piú affettato di entrambi, come Gallo è piú duro.



Marco Valerio Marziale, Epigrammi IV 6


Vuoi che ti credano piú casto
d’una vergine pudica e tutto un rossore,
quando sei, Malisiano, piú sfacciato
d’uno che reciti in casa di Stella
oscenità nel metro di Tibullo.



Marco Valerio Marziale, Epigrammi VIII 70


L’eloquenza di Nerva è pari alla sua pacatezza,
ma la modestia frena la forza del suo ingegno.
Poteva prosciugare a grandi sorsi l’acqua sacra
di Permesso, ha preferito domare la sua sete,
felice di cingere la sua fronte di poeta
d’un’esile corona, senza dar vela alla gloria.
Ma chi conosce i carmi di quel dotto che è Nerone,
sa ch’egli è il Tibullo del nostro tempo.



Marco Valerio Marziale, Epigrammi VIII 73


Istanzio, che per purezza di cuore
e candida innocenza sei unico al mondo,
se vuoi dar forza e ispirazione alla mia musa,
perché in eterno vivano i miei versi, dammi un vero amore.
Cinzia fece di te un poeta, focoso Properzio;
genio di Gallo era Licòride la bella;
nelle grazie di Nèmesi trovò gloria l’armonioso Tibullo;
all’arte tua, Catullo, dettò i versi Lesbia:
non sarei per Sulmona e Mantova poeta indegno,
se avessi una Corinna, se avessi un Alessi.



Marco Valerio Marziale, Epigrammi XIV 193


Per la maliziosa Nèmesi arse d’amore Tibullo,
felice di non contare nulla nella sua casa.



P. Papinio Stazio, Le selve I 2, 250-255


Ma voi soprattutto, che al nobile esametro
amputate l’ultimo piede, sciogliete ora un carme
degno di queste nozze. Fra gli applausi Filita di Coo,
il vecchio Callimaco e nell’antro umbro Properzio
avrebbero voluto celebrarle, e a Tomi stessa Ovidio
senza angosce, o Tibullo, ricco ai bagliori di un focolare.



Apuleio, Della magia 10


…e Tibullo, che aveva Plania nel cuore e Delia nel verso.

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