Tibullo (parte terza)

I 9, Tibullo, Il tradimento di Màrato


Se volevi tradire il mio amore infelice,
perché mai invocando gli dei giuravi,
per poi ingannarli di nascosto?
Infame! anche se sul momento
si può celare lo spergiuro,
alla fine il castigo arriva con passo felpato.

Fategli grazia, celesti: per una volta è giusto
che impunemente alla beltà sia lecito
offendere il vostro volere.
Per lucro il contadino aggioga i buoi
a un agevole aratro
e affretta il lavoro opprimente della terra;
per lucro attraverso le onde
navi malsicure in balia dei venti
da stelle fisse si fanno guidare;
e sedotto dai doni è il mio ragazzo.
Ma un dio quei doni li converta
in cenere e in acqua che scorre.
Tra breve me ne pagherà la pena:
la polvere gli toglierà bellezza,
al vento si scompiglierà la chioma,
al sole si bruceranno faccia e capelli,
un viaggio interminabile
gli logorerà i piedi troppo teneri.

Quante volte io l’ho ammonito:
‘Non contaminare con l’oro la bellezza:
nell’oro si celano spesso molti mali.
Con chi, preso dalle ricchezze, ha tradito l’amore
Venere diventa ispida e ostile.
Marchiami prima col fuoco la fronte,
feriscimi di spada,
solcami la schiena a colpi di frusta;
se ti accingi a peccare,
non illuderti di rimanere nascosto:
v’è un dio che impedisce agli inganni
di restare celati.
Un dio che permette allo schiavo,
per legge tenuto al silenzio,
di parlare liberamente
nell’ebbrezza del vino;
un dio che fa parlare
chi è in preda al sonno e suo malgrado
gli fa dire fatti che avrebbe voluto celare’.
Questo gli dicevo: ora mi vergogno
di aver parlato fra le lacrime,
mi vergogno d’essergli caduto ai giovani piedi.

Allora mi giuravi
che mai, mai avresti venduto la tua fedeltà
per gemme o somme ingenti di denaro,
nemmeno se in compenso
t’avessero offerto le terre di Campania
o l’agro Falerno, prediletto da Bacco.
Con quelle parole m’avresti strappato di mente
che in cielo splendono le stelle,
che vivide sono le vie del fulmine.
Anzi piangevi; ed io, incapace d’inganni,
nella mia credulità, di continuo
ti tergevo le guance umide di pianto.

Che mai farei, se anche tu
non ti fossi innamorato di una fanciulla?
Mi auguro che, sul tuo esempio,
sia frivola anche lei.
Quante volte, perché nessuno
conoscesse i vostri segreti,
portandoti il lume, nel buio della notte
ti sono stato io stesso compagno!
Grazie a me, quando piú non lo speravi,
quante volte è venuta lei da te,
nascondendosi, col capo velato,
dietro i battenti della porta!
Allora, sventurato, mi sono perduto,
fidando ciecamente d’essere riamato:
davanti ai tuoi lacci, potevo almeno
usare cautela maggiore.
Invece, con la mente ottenebrata,
cantavo le sue lodi, e per me, per le Pièridi
ora provo vergogna.
Come vorrei che Vulcano bruciasse
nell’impeto della fiamma quei canti
e la corrente di un fiume li cancellasse.
Tu, che pensi di vendere la tua bellezza
e di ricavarne a piene mani un gran prezzo,
sta’ lontano di qui.

E di te invece, che con doni
hai osato corrompere il ragazzo,
rida senza rischi tua moglie
tradendoti continuamente,
e dopo aver sfiancato un giovane
in amplessi furtivi,
giaccia spossata con te, ponendo tra voi la veste.
Sempre ci siano nel tuo letto
impronte di persone estranee
e resti sempre la tua casa
spalancata alle voglie altrui;
né si possa mai stabilire
se tua sorella in un delirio di lussuria
beva piú coppe o sfinisca piú maschi.
Si sa come spesso fra i brindisi
prolunghi i suoi banchetti finché il cocchio di Lucifero
levandosi non riconduce il giorno.
Nessun’altra meglio di lei
saprebbe trascorrere le sue notti
o variare in mille modi gli amplessi.

L’ha imparato tua moglie,
e tu, balordo come pochi,
neppure te ne accorgi,
quando con arte inconsueta eccita il tuo corpo.
Credi forse che per te si acconci la chioma,
che per te con pettine fitto
ravvii i suoi capelli sottili?

Forse è il tuo volto che la induce
a cingere d’oro le braccia,
a uscire avvolta in abiti di Tiro?
Non è certo per te, ma per un giovane
che vuole apparire graziosa,
un giovane per il quale manderebbe all’inferno
il patrimonio e la tua casa.
E non lo fa per vizio:
è il tuo corpo sformato dalla gotta,
è l’amplesso di un vecchio
che quella giovane raffinata rifugge.

Eppure è con lui che il mio ragazzo s’è steso:
di congiungersi con belve feroci,
di questo posso crederlo capace.
A un altro hai osato vendere carezze,
ch’erano mie, ad altri offrire,
insensato, i baci ch’erano miei.
E allora piangerai,
quando un altro giovinetto mi terrà avvinto
e regnerà superbo
su un regno ch’era tuo un tempo.
Gioia saranno allora per me le tue pene,
e appesa in onore dei meriti di Venere
una palma d’oro rammenterà la mia ventura:
‘Questa palma Tibullo,
liberato da un amore bugiardo,
ti dedica, pregandoti, o dea, di gradirla’.



I 10, Tibullo, Alla Pace immacolata


Chi per primo inventò l’orrore delle spade?
Feroce quell’uomo, veramente di ferro!
Cosí per il genere umano
ebbero inizio le stragi, ebbero inizio le guerre;
cosí si schiuse la strada piú breve
d’una morte violenta.

Ma forse non ha colpa quello sventurato:
noi, noi a nostro danno abbiamo volto
ciò che ci diede contro le belve feroci.
Colpa della ricchezza che dà l’oro:
quando davanti ai cibi
si alzavano tazze di faggio,
non esistevano le guerre.
Non c’erano rocche, non c’erano fossati
e tranquillo il pastore
prendeva sonno in mezzo alle pecore sparse.
Fossi vissuto allora, Valgio!
Non avrei maneggiato strumenti di morte,
non avrei col batticuore udito trombe di guerra.
Ora sono spinto a combattere
e forse già un nemico impugna il ferro
che si pianterà nel mio fianco.

Salvatemi voi, Lari dei miei padri,
voi che m’avete allevato quando bambino
correvo innanzi ai vostri piedi.
Non abbiate vergogna
d’essere scolpiti in un vecchio tronco:
cosí abitaste l’antica casa degli avi.
Meglio si osservava la fede,
quando in una piccola nicchia
con semplice rito s’alzava un dio di legno.
E lo si placava offrendogli vino,
ponendogli una corona di spighe
sul capo consacrato;
e v’era chi, esaudito il voto,
gli portava di persona focacce,
accompagnato alle spalle dalla figliola
con un favo intatto di miele.

Tenetemi lontane, o Lari, le lance di bronzo


sarà un porco, tolto da una stalla affollata,
la vittima della campagna.
Vestito di bianco la seguirò,
portando canestri cinti di mirto,
io stesso col capo cinto di mirto.
Possa cosí piacervi:
compiano altri imprese con le armi
e abbattano col favore di Marte
i condottieri del nemico,
perché mentre bevo mi possano narrare
le gesta di guerra compiute
e col vino disegnarmi sul desco
lo schieramento dei soldati.

Non è follia procurarsi con la guerra
l’orrore della morte?
Incombe, e con passi felpati giunge di nascosto.
Non ci sono messi sotterra,
né vigne coltivate,
ma Cerbero spietato
e l’infame nocchiero dello Stige;
là con le guance devastate e i capelli bruciati
una folla esangue erra in paludi tenebrose.
Meglio lodare chi, generati dei figli,
da una vecchiaia pigra è colto
nello spazio angusto di una capanna;
lui segue le sue pecore, il figlio gli agnelli,
e per la sua stanchezza
prepara acqua calda la moglie.
Cosí vorrei essere io!
che mi fosse concesso di sbiancare in capo
e di narrare in vecchiaia le imprese del passato.

Coltivi la Pace intanto i terreni:
immacolata la Pace per prima
indusse i buoi ad arare sotto l’arco del giogo;
nutrí le viti e conservò il mosto dell’uva,
perché l’anfora, riposta dal padre,
mescesse vino al figlio.
In tempo di pace brillano aratro e vomere,
mentre arrugginiscono nelle tenebre
le armi micidiali del crudele soldato.

Un poco ubriaco, dal bosco il contadino
a casa riporta sul carro moglie e figli.
Si accendono allora le battaglie d’amore,
e per i capelli strappati, per la porta infranta
si lamenta la donna;
piange per le sue tenere guance contuse;
ma anche lui, il vincitore, rimpiange
che, in un eccesso di follia,
tanto pesanti siano state le sue mani.
Provocante Amore porge ingiurie alla rissa
e indifferente siede tra i due contendenti.
Di pietra, di ferro è chi percuote la propria donna,
come se giú dal cielo tirasse gli dei.
Gli basti lacerarle addosso la veste sottile,
gli basti averle sciolto il nodo che orna i capelli,
gli basti averla spinta al pianto:
quattro volte beato l’uomo
per la cui ira può piangere una fanciulla innamorata!
Ma chi infurierà con le mani, porti scudo e pali
e viva lontano dalla tranquilla Venere.

Vieni, vieni a me, Pace della vita,
con in mano una spiga,
e innanzi il tuo candido grembo trabocchi di frutta.

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