Il significato della vita

 

In questi giorni si è discusso molto sul concetto di vita e molta attenzione è stata data alla volontà di vivere della persona consapevole.

Con questa restrizione del concetto appare chiaro che il discorso verte sul significato della vita che noi uomini diamo alla nostra esistenza.

Ma la vita ha un significato?

Una pianta e un animale, se potessero rispondere non avrebbero nessuna difficoltà: il significato è nella vita stessa, è all’interno del vivere nella totale immediatezza.

Non c’è scollamento, non c’è nessun distacco tra ciò che si vive e ciò che si vuol vivere: la volontà si estrinseca immediatamente nel suo bisogno da soddisfare, nella sua fame biologica che si identifica totalmente con l’azione atta a soddisfarla.

Nell’uomo vi è però una complicazione che è croce e delizia nello stesso tempo.

L’uomo ha la consapevolezza di quello che vive e spesso ciò che vive non esprime non solo la sua volontà consapevole ma anche quella inconsapevole.

Carl Gustav Jung interpretava i sogni come un mastodontico tentativo della totalità della psiche proprio di compensare questo scollamento tra ciò che si desidera profondamente e ciò che si riesce a realizzare quotidianamente, infatti le nevrosi si vengono a determinate proprio quando la scissione diviene troppo profonda e neppure i sogni riescono più a colmare.

Questo aspetto negativo però non deve far dimenticare l’altro aspetto della psiche umana che è la sua dimensione simbolica.

L’uomo riveste i suoi gesti, le sue parole, le sue azioni, di carica simbolica dal momento che questi fatti non sono semplicemente la scarica immediata di bisogni biologici da soddisfare, ma sono fatti pregni di spiritualità, di psichicità, di affettività, di emozioni.

Con questo carico aggiuntivo, l’uomo però non cerca di alleggerirsi di una tensione che se perdura diventa fastidiosa sensazione, ma al contrario vuole creare un’intensificazione, una amplificazione del gesto, della parola, dell’azione affinché essi non svaniscano nella semplice loro espressione immediata, ma sappiano assumere un significato che crei una traccia di un percorso verso il cuore stesso dell’uomo.

Per dirla con una formula: l’animale scarica, l’uomo carica.

Perciò si crea il paradosso che l’uomo cerchi il significato della vita all’interno di essa ma con un’attività esterna ad essa.

In questo vi è una costante e proficua dialettica.

Quando per varie ragioni si recide questa osmosi o si cade in una forma volgare di primitivismo, di abbruttimento degradante che solo per analogia diciamo animale, oppure si finisce in una sorta di esangue e vuota spiritualizzazione, un angelismo che è solo espressione di rifiuto della parte emotiva, istintuale, sanguigna, vitale della nostra natura di uomini.

Ma il significato della vita si può perdere?

Eccome, direi che mai come oggi nella nostra civiltà della leggerezza e dell’effimero, è facile perdere la consistenza del significato della vita.

E allora?

Senza più significato la vita non dà più gioia, non dà più emozioni e in casi particolari ed estremi si può decidere anche di non vivere più.

Intendiamoci bene però su questo ‘decidere’.

Non è in nessun modo da intendersi solo in senso morale, razionale, consapevole, ma va inteso in senso profondo, anzi le ragioni del rifiuto della vita molte volte si maturano inconsciamente e poi si estrinsecano in vari modi.

Per esempio attraverso malattie psicosomatiche, si razionalizzano in ragioni estrinseche come crisi economiche, sentimentali, lavorative, eccetera.

Ad un certo punto si ha la netta impressione che tutta l’energia vitale fugga via e non rimane che il tedio, la noia, oppure la disperazione, la solitudine.

Si muore perché si è perso il profondo significato della vita.

Ma non c’è relazione tra malattia fisica e perdita del significato perché anzi molti casi hanno dimostrato che nella sofferenza e nel dolore si può trovare una ragione all’esistenza, una sorta di sussulto biologico che sa destare la mente in un forte tentativo di aderire alla vita, di assaporarla, di combattere per essa.

Al contrario, la perdita del significato della vita possono perderlo più le persone che sono intorno al malato perché proiettano nella sua malattia fisica il loro ‘male’ psichico, la loro paura di vivere, la loro disperazione, e non di rado capita che rifuggano dal caro malato per fuggire dalla consapevolezza di quel loro forte disagio interiore.

Il malato che è amato si fortifica e riesce a vincere la malattia fisica perché ciò che libera è lo spirito di quell’amore, mentre il malato non amato può piombare nella sua malattia fisica attivando tutti i fantasmi che sono in lui e che lo spingono a distruggere il significato della vita che l’amore avrebbe potuto dare.

Come tante volte è stato riscontrato, il nostro corpo diventa il campo di battaglia di una lotta delle componenti conflittuali della nostra psiche profonda, lotta che si fa più cruenta e mortale se si è perso il significato della vita.

 

 

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