L’inquietudine

 

Noi tutti, anche quelli più arrabbiati, alla fine vogliamo essere consolati.

Cosa significa questo?

Sant’Agostino ha espresso questo forte desiderio con il suo ‘Inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te’, ma il nostro cuore irrequieto può trovare la pace solo in Dio?

E per chi volesse sospendere la fede, c’è qualcosa di solo umano che profondamente sappia esprimere Dio tanto da poter dare consolazione?

Se formuliamo così le nostre domande ci accorgiamo che l’inquietudine è il vero problema.

Cosa vuol dire però essere inquieti?

A dare una risposta si contrappongono due scuole diverse che hanno tracciato due divergenti visioni della vita.

La prima è quella tradizionale, umanistica, dantesca, che vede nell’inquietudine la molla dell’eccellenza dell’essere uomini, ‘Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza’.

Nella sfida di Faust immortalata da Goethe l’uomo dall’inquietudine sa trarre la forza per innalzarsi al mistero della vita espresso dal grande archetipo dell’eterno femminino.

L’inquietudine è essenziale al processo di ricerca esistenziale, alla stessa conoscenza scientifica, in quanto è proprio nell’elemento dinamico, attivo, che l’uomo trova un antidoto all’immmobilità, alla passività, alla pigrizia sterile e improduttiva.

L’altra scuola, più recente, almeno nel suo aspetto psicodinamico, ha invece visto nell’inquietudine un elemento nevrotico, di insoddisfazione che non sapendo trovare il suo oggetto lo cerca invano, con uno spreco grandissimo di energie.

L’inquietudine è una forma di inconsapevolezza, un desiderio represso che non trovando soddisfazione sintomaticamente allerta l’individuo, lo pungola a fare qualcosa, ma siccome il cosa è inconscio, il suo fare si condanna a girare a vuoto.

Ora appare evidente che le due espressioni di inquietudine non possono essere confuse, messe sullo stesso piano, nemmeno si può affermare che abbiano la stessa origine e nemmeno le stesse finalità.

L’inquietudine-nevrosi va curata e risolto l’appagamento del desiderio che se impedito sa generare solo frustrazione e infelicità, mentre l’inquietudine propulsiva è elemento insopprimibile dell’animo umano e distruggerlo condannerebbe l’uomo alla sterilità.

La consolazione se deve essere intesa come elemento positivo andrebbe solo a gratificare il desiderio che si rende consapevole, se intesa in senso negativo andrebbe a creare una gratificazione sostitutiva che avrebbe come solo unico scopo quello di non rendere mai veramente soddisfatto e felice l’essere umano.

Tante cose si possono prestare a dare consolazione, anche tante persone, però se queste consolazioni sono solo il palliativo che ha come funzione quello di impedire la soluzione dell’insoddisfazione, della nevrosi, allora si deve dire chiaro che esse sono tutte negative concorrendo anzi a rafforzare ancor di più l’insoddisfazione e l’inquietudine nevrotica.

 

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