Il Partito dei giudici e la politica dei ribaltoni

 

 

Mauro Mellini, valente studioso dei problemi della giustizia italiana, ha sostanzialmente scritto un libro ‘Il Partito dei magistrati’ per affermare la tesi che in Italia si è determinato un Partito dei magistrati non per una sorta di complotto ordito da un gruppo di magistrati comunisti, ma per un’evidente distorsione e conseguente estensione arbitraria della funzione requirente e giudicante. Tale patologica estensione è stata possibile perché il Legislatore, per carenza giuridica, non è stato, e non è, in grado di scrivere leggi precise che non lascino un enorme margine di discrezionalità in cui i magistrati inevitabilmente si sono infilati e tuttora si infilano.

 

Insomma, per Mauro Mellini, l’attuale patologia della giustizia italiana è nata non seguendo un disegno eversivo, non per un accordo scientifico per colpire un avversario politico, ma come ‘naturale’ conseguenza di premesse sbagliate dovute, paradossalmente, proprio all’incuria, all’incompetenza, alla superficialità del potere politico, nello specifico, quello legislativo.

 

La tesi di Mellini ha indubbiamente il merito di spazzare via ogni tentazione di avvalorare idee complottistiche che di solito sono alimento di ideologie paranoiche che tendono sempre a confinare l’analisi dei fenomeni sociali a farneticanti affermazioni superficiali ma soprattutto aggressive.

 

Il problema sollevato da Mellini è indubbiamente vero: le leggi sono scritte male, sono imprecise, ambivalenti e lasciano un margine di eccessiva discrezionalità al magistrato nella loro interpretazione.

 

Spesso nelle cose umane si è visto come una cattiva premessa ha fatto fallire le intenzioni migliori e che se queste premesse non sono riformulate, aggiustate, cambiate, possono incidere in modo catastrofico sui comportamenti umani.

 

L’uomo è un animale facile alle tentazioni, specie se queste tentazioni sono legate al potere.

 

E’ qui che va spiegata la patologia della magistratura italiana: essa non ha saputo resistere al fascino del potere, infatti, una volta creatasi l’opportunità per impossessarsene l’ha subito colta al volo.

 

Tale spiegazione ha però come importante corollario che il potere resti intatto, non sia sottratto, non sia tolto.

 

La politica italiana nella Prima Repubblica era dominata dalla partitocrazia che aveva una concezione della giustizia completamente asservita, funzionale al potere che svolgeva.

 

Nei primi anni settanta, però, per le fortissime contrapposizioni ideologiche tra il PCI e la Democrazia Cristiana, la giustizia si è voluta contrapporre al potere politico della maggioranza di Governo, espressa dalla DC, quasi a volersi rendere autonoma, a voler orgogliosamente rivendicare la sua indipendenza dal potere politico.

 

Questa rivendicazione però si inseriva subito nella contrapposizione PCI-DC e fu inevitabile che fosse strumentalizzata ideologicamente dai comunisti per avere nell’ambito del potere un’arma così potente nelle proprie mani, un’arma che servisse a rafforzare quell’enorme gruppo di ‘case matte’ che già erano state prese per conquistare il potere politico partendo dalla società civile.

 

A farsi punta di diamante di questa operazione è stata una corrente della magistratura: Magistratura Democratica.

 

Questa corrente voleva affermare l’autonomia della magistratura non più agendo nella funzione attribuitagli dalla Costituzione, ma volendo perseguire quei centri politici e sociali che impedivano, a suo insindacabile parere, la piena maturità del Paese.

 

Ecco che la magistratura si diede un compito etico che assolutamente non dovrebbe mai avere, ma che in quella situazione sembrava essere inevitabile.

 

Tale compito etico può essere seguito magistralmente in un film di Dino Risi del 1971 ‘ In nome del popolo italiano’.

 

Il giudice istruttore, interpretato da Ugo Tognazzi, pur avendo in mano le prove che avrebbero scagionato per un’accusa di omicidio, il cattivo industriale capitalista, interpretato da Vittorio Gassman, decide di farlo condannare, distruggendo quelle prove.

 

La verità doveva essere sacrificata, l’accusa di omicidio era infondata, ma, per il magistrato, la colpa dell’industriale era molto più grave: egli concorreva al degrado del Paese, lavorava per farlo restare in una condizione di infantilismo, di egoismo, di corruzione.

 

Infatti nell’ultima scena, il giudice decide di distruggere le prove dell’innocenza dell’industriale mentre la città era in festa per la vittoria di una partita di calcio.

 

Questi barbari, questi infantili individui, ubriacati dall’oppio sportivo, dovevano essere corretti da una superiore volontà etica, rappresentata dal magistrato, che con un’azione forte e decisa li avrebbe alla fine portatati alla maturità, a una diversa concezione morale: finalmente cittadini di un Paese come si deve.

 

La chiarezza del film di Risi è dovuta al fatto che il regista si identifica totalmente nel magistrato moralizzatore.

 

Con Tangentopoli scoppiava drammaticamente tale processo di moralizzazione operata dalla magistratura, che colpendo un’oggettiva corruzione partitocratica, voleva ‘rivoltare l’Italia come un calzino’, per perseguire in realtà un obiettivo che non è certo della magistratura: il cambiamento politico del Paese.

 

La furia giustizialista era così cruenta che la situazione si era indubbiamente ribaltata: il potere politico era ora asservito a quello giudiziario e il Parlamento, come atto simbolico, decise di rinunciare all’immunità che fino a quel momento in qualche modo gli aveva dato ancora quella supremazia sul potere giudiziario che ora invece non aveva più.

 

Ma il potere politico non aveva la stessa considerazione, ovviamente, per i nuovi profeti dell’etica.

 

La sinistra comunista, da sempre infuocata dagli stessi furori etici, dalla stessa concezione di superiorità morale, addirittura antropologica, era vista un utile alleato per conseguire sostanzialmente lo stesso fine operando su due binari paralleli.

 

Ed ecco inserirsi, clamorosamente, Silvio Berlusconi.

 

Egli aveva l’ardire di ripristinare di nuovo la subalternità del potere giudiziario a quello politico o almeno è quello che così era percepito dai magistrati quando, il ricco imprenditore, capitalista e borghese, si proponeva di separare le carriere e le funzioni tra Pm e giudici, riformare il CSM  e attuare ALTRE  LIMITAZIONI.

 

Queste limitazioni erano avvertite, in profondità, come tentativo di bloccare l’azione etica di cui il magistrato, nuovo profeta di un Paese migliore, si sentiva investito.

 

Divenne abbastanza ‘naturale’ che le azioni dei magistrati che si sentivano investiti del sacro fuoco etico, si concretizzassero in una serie mostruosa di indagini contro Berlusconi al solo scopo di ribaltare l’esito elettorale per fiaccare e/o impedirne l’attuazione di quei propositi di riforma che si percepiva non come una modifica di un diverso assetto dell’ordine giudiziario, ma come il pericolo più grande che si era mai concepito da quando era iniziata la sacra missione etica.

 

Dal 1994 a oggi la situazione non è cambiata, si potrebbe dire che è stata una carrellata di tentativi, o proclami, di riforma giudiziaria e ribaltoni politici invece attuati, nei quali l’esito elettorale inizialmente conquistato era inficiato proprio a causa dell’azione giudiziaria che influiva pesantemente all’interno e all’esterno della compagine politica di Silvio Berlusconi, tanto da estrinsecarsi in evidenti errori (per paura, per un ingenuo calcolo di poter gestire l’esistente, di mal riposta fiducia in persone che avevano concezioni etiche non dissimili da quei magistrati che si volevano limitare) e in accerchiamento (attacchi demonizzanti di stampa, italiana e straniera, moralismo bigotto strumentale di nemici politici, avversione irrazionale per ogni provvedimento legislativo intrapreso).

 

E siamo a oggi, lo scontro è ora durissimo, frontale, ma in gioco non è soltanto Silvio Berlusconi, non è tanto il leader di una forza politica, ma sapere se l’Italia deve essere ‘eticizzata’ da questi nuovi profeti con vesti di giudici, da questi custodi totalitari che vorrebbero portare indietro di secoli l’Italia a quando ancora non si era operata la netta separazione tra morale e politica, legge e morale, a quando cioè la morale privata era arbitrariamente confusa, anche se non del tutto identificata, con un’arbitraria e monolitica etica di Stato.

 

Questi sono i veri motivi dello scontro e solo persone autoritarie, represse, oppresse e identificatesi col proprio aggressore, potrebbero volere una vittoria delle forze oscurantistiche sugli ideali liberali e libertari da conseguire con pragmatica, ma, proprio per questo, profonda azione riformatrice.


 

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